giovedì 9 dicembre 2010

Non ci posso credere

Non so per quale magia ho nuovamente accesso al mio blog. Non che fosse stato bloccato l'account, per carità, ma semplicemente ho passato mesi interi senza internet. Finalmente, però, posso di nuovo scrivere. 
In questo periodo ho messo in cantiere un sacco di post, mai terminati e che mai verranno pubblicati. A casa sono senza computer e di conseguenza senza internet, sul lavoro è bloccato l'accesso a qualunque sito esterno e non ho pomeriggi liberi da perdere a casa dei miei genitori per avere una finestra sul mondo. 
Se solo penso a quanto è cambiato il mio mondo negli ultimi tempi, mi viene la pelle d'oca. Non intendo parlare della mia vita privata, però. La ritengo una cosa preziosa da proteggere: ho come l'impressione che se rendessi pubblico ciò che mi accade qualcosa possa sgretolarsi e la mia felicità, conquistata con non poca fatica e tanta pazienza, scompaia. 

Scriverò di Anna, di ciò che penso, di ciò che vedo in giro, ma terrò ben lontano la mia casa e la mia famiglia da Internet, grande mostro che svela ogni segreto. 

Ho impostato la possibilità di postare da email, nel caso la magia dell'accesso ritrovato si dissolva nel nulla. 

sabato 14 agosto 2010

Casa dolce casa

Finalmente ci siamo: oggi è il giorno del trasloco, il giorno che ho tanto atteso, fino a sentirmi soffocare.
Prenderò le mie cose, le metterò negli scatoloni e le porterò a casa mia, per riporle nei loro nuovi armadi.
Stanotte ho dormito per l'ultima volta nella casa dei miei genitori, vuota e silenziosa: mi aspettavo di trovarla un po' aliena dopo quasi una settimana passata a dormire accampata nella nuova, eppure rimane tutto così familiare. Non la sento più casa mia da molto tempo, ma resta una casa che conosco e, perché no, a cui voglio bene.
Che sensazione strana, provo: un misto tra confusione, eccitazione e nostalgia. Non credevo che sarebbe stato così. Pensavo che sarei stata elettrizzata a tal punto da non provare altri sentimenti. Ed invece... non so nemmeno da che parte cominciare per liberare la stanza. I vestiti? Gli oggetti che mi voglio portar via? Quello che sarà buttato?
Forse dovrei solo alzarmi dalla sedia e cominciare, non importa da dove.

giovedì 5 agosto 2010

La speranza che domani non sia domani

Diventa sempre più dura aspettare, specialmente quando si è così vicini. 
Quando ero piccola, la sera prima di un giorno speciale assillavo la mia mamma chiedendole impaziente quando sarebbe arrivato l'indomani. Lei mi rispondeva dolcemente di chiudere gli occhi ed addormentarmi, così il tempo sarebbe passato più rapidamente e il giorno tanto atteso sarebbe arrivato subito. 
Ora vorrei fare così; vorrei chiudere gli occhi ed addormentarmi, per potermi magicamente svegliare il giorno del trasloco. Il giorno tanto atteso.
Il sonno (2003)
acrilico su juta grezza 80x56
Serena de Gier


martedì 3 agosto 2010

La tovaglia

Mi ci vuole davvero poco per perdere il controllo dei miei pensieri: basta mezzo bicchiere di birra e il cancelletto di legno che chiude lo steccato si apre, lasciando che questi vaghino indisturbati per verdi prati di montagna, sotto un cielo azzurro e terso.
Avevo pranzato e fissavo la tovaglia verde e bianca seguire la curva del tavolo della cucina. Guardavo i piatti in gres su cui giacevano le posate stanche per il duro lavoro, la birra dorata e trasparente rimasta nel bicchiere ed improvvisamente uno dei pensieri fuggiaschi si è fermato a brucare una florida zolla erbosa, prendendo lentamente sostanza.
Ebbene, pensavo, bisogna portare rispetto alla tovaglia; la tovaglia protegge il tavolo e raccoglie senza lamentarsi le briciole del pane. Vi si posano le stoviglie e talvolta vine colpita da granate alimentari che la ungono e la sporcano. A chi piace essere sporco? Eppure non batte ciglio, e persevera con mitezza nel proprio compito. La tovaglia è un po' come una balia, gentile, devota e materna.
Pensavo questo, perfettamente cosciente dell'assurdità di tale personificazione ma felice, dopo tanto tempo, di aver avuto la leggerezza di lasciar pascolare i pensieri.

mercoledì 28 luglio 2010

Decidere per casa mia, che assurda mania di controllo!

Deve essere stata una scena comica vedermi litigare con una televisione. L'idea che una persona senziente e con una certa razionalità sia entrata in una stanza per insultare deliberatamente un apparecchio spento ha, effettivamente, un che di patetico. Eppure dopo mi sono sentita davvero meglio!
Odio quella televisione, la trovo davvero molto brutta e non mi interessa che le specifiche tecniche siano le migliori del settore. Odio, soprattutto, il modo in cui è entrata in casa mia, imposta da chi non aveva diritto di imporre nulla pur sapendo la mia idea al riguardo. Detesto che la mia approvazione per l'immissione di qualcosa di così visibile, monolitico ed invadente in un salottino di pochi metri quadrati in cui ci stanno giusto un piccolo divano ed un mobile lungo e stretto non sia nemmeno stata richiesta, e sia stata, anzi, ritenuta superflua. Odio non essere stata presa in considerazione né prima della decisione né dopo, quando mi è stata riferita come una mera informazione di servizio su cui non avrei potuto né dovuto esprimermi. Odio, inoltre, che alla mia richiesta di partecipare alla scelta dell'apparecchio dopo che la decisione era ormai divenuta immutabile sia stato risposto un secco "No, perché non ti riguarda; il regalo è per il tuo dolce 60% e glielo facciamo noi, quindi cuccia". 
Ma se non mi riguarda quello che accade e quello che entra nella mia casa, su cosa posso esprimere la mia opinione? 
Per amor di pace non posso urlare tutta la mia rabbia a chi si è permesso di escludermi da questa faccenda, e per questo mi sono limitata ad insultare quella televisione, che, se la cosa non fosse davvero così tanto irrazionale, prenderei a sprangate fino a ridurla ad una ammasso di rottami. Giusto per sfogare la mia frustrazione, giusto per non doverla più vedere in casa, giorno dopo giorno, e ricordarmi di questa prepotenza. 

martedì 27 luglio 2010

Sei dolce

Sei dolce quando mi capisci e accetti la mia rabbia, la mia gelosia. Sei dolce quando mi difendi davanti a tutto e tutti, nonostante nel tuo intimo pensi che abbia esagerato un po'. Sei dolce quando cerchi di farmi pensare a ciò che amo per distrarmi dalle preoccupazioni. 
Davanti alla tua dolcezza io rimango disarmata; la disperazione si dirada e la mente si libera. Sei la mia tranquillità, la mia voglia di essere felice. 

mercoledì 14 luglio 2010

Parità è rispetto

Consiglio questo articolo. In realtà non dice nulla di nuovo, ma almeno lo dice. Spesso non si riflette su tali aspetti della nostra società e sul lungo cammino che molti uomini e molte donne devono fare per giungere alla vera parità, garantita dal più profondo rispetto per l'altro sesso. Un rispetto che nasce dall'accettazione degli individui che abbiamo accanto e che conosciamo, per poi estendersi, grazie ad un po' di elasticità ed apertura mentale, all'intero genere maschile o femminile, senza voler inquadrare uomini e donne in ridicoli stereotipi.

sabato 22 maggio 2010

Due vite

Mi ritrovo sola a casa dei miei che ancora per poco è casa mia, davanti ad un piatto di avanzi di ieri sera a riprendere contatto con la mia vita. Tra un boccone e l'altro, con l'asciugamano messo a turbante in testa per contenere i capelli bagnati, prendo fiato e mi rendo conto che una giornata così rilassante non la passavo da mesi. Più o meno da quando ho comprato casa. 
I miei genitori sono fuori con amici da stamattina, così anche quando mi sono alzata non ho avuto nessuno che mi costringesse a degli orari o delle consuetudini che non mi appartengono. Approfittando della mia perfetta solitudine, mi sono dedicata a tutti quegli interessi e quei doveri (nei confronti miei, come di terzi) a cui da troppi mesi non potevo concedere il tempo sperato. 
So per certo che le mie carenze non sono una questione di tempo in senso assoluto, ma di stanchezza e di organizzazione del tempo che ho a disposizione. Ora come ora devo dividermi tra due case e due vite, dedicando ile giuste energie ed il giusto tempo all'una ed all'altra. Per questo, purtroppo, numerose cose vengono trascurate. 
So che non sarà così un giorno, auspicabilmente tra un mesetto, quando, finalmente, avrò una sola casa ed una sola vita. Allora portò muovermi secondo i miei ritmi nella quotidianità, invece di averne due, sfuggenti e vorticose, da conciliare.



venerdì 30 aprile 2010

leonardo: Perché la tv succhia?

Certe cose vanno divulgate, affinché chiunque possa leggerle e prendersi 5 minuti di riflessione. Questo è molto interessante, lo consiglio a tutti:

La formula è molto semplice: una chat con uno studente del DAMS venuto dal futuro. Il rischio di un risultato banale e noioso era enorme, ma la stesura è brillante e, strano a crederlo, realistica.
Godetevi la lettura!

giovedì 29 aprile 2010

Maledetta pipì

Ebbene sì, io sono l'unica cretina capace di far tardi all'interno del proprio ufficio.
Da una settimana mi preparavo per un incontro con due importanti clienti esteri, in cui avrei dovuto dar sfoggio del mio inglese per far colpo sul capo.
La mattina è trascorsa nell'organizzazione, a cominciare dal momento del risveglio: con immensa cura mi sono agghindata, indossando un vestito formale senza maniche color antracite, la gonna appena sotto il ginocchio e lo scollo a barchetta; scarpe nere con tacco alto, calze velate appena visibili e un golf morbido di un elegante rosa chiaro. I capelli, stranamente, mi stavano alla perfezione e pur senza trucco avevo un ottimo aspetto.
Arrivata in ufficio ho cominciato a preparare il materiale, finire le ultime traduzioni e rivedere la situazione col capo: i clienti erano attesi alle 13, ed eravamo in perfetto orario. Loro no, purtroppo: alle 13 ha cominciato a scapparmi la pipì e i clienti non arrivavano; ho atteso fiduciosa, trattenendomi, finché alle 13,45 non sono più riuscita a reggere e sono corsa al gabinetto.
Due minuti. Solo due minuti di assenza dalla scrivania per perdere l'arrivo dei clienti. Nessuno dei colleghi con cui condivido la stanza si è degnato di dirmi che il telefono aveva squillato, che qualcuno mi aveva cercata; l'ho saputo per caso 5 minuti dopo, ascoltando di sfuggita un discorso in cui un collega diceva ad un'altra di aver visto i clienti.
Sono entrata in sala riunioni a meeting iniziato, salutando garbatamente e scusandomi con dignità, mentre nel mio intimo avrei voluto scomparire, sprofondare nel terreno per non affrontare quella vergogna. Vedendo la porta chiusa avevo addirittura pensato di fare dietro front ed andarmene, ma la mia razionalità ha avuto, fortunatamente, il sopravvento.
Maledetta pipì!

martedì 20 aprile 2010

Stefano Benni e la Miosfera

Dal sito di Repubblica, un interessante articolo di Stefano Benni:

ALLEGRETTO

Vi prego, salvate la Miosfera

di STEFANO BENNI

UN preistorico vulcano islandese erutta e tutto il modernissimo traffico aereo è bloccato. Ma l'Italia sembra far parte di un'altra galassia e pensa solo alle sue piccole beghe. Il fifone schiva-processi dice che la mafia è un'invenzione dei media e Dell'Utri è un cartone animato. Bossi dà la colpa della nube alla crisi monetaria islandese e reclama le banche del Polo Nord.

Bertone è alla ricerca di un'analogia tra i crateri e i sodomiti. Bersani dice, si sciolgano pure i ghiacciai, basta che non si vada al voto. E alla fine il ministro Matteoli se ne esce con una proposta geniale: nessuno viaggi. Abbiamo capito perché è ministro.

Il terremoto di Haiti dopo una settimana è sparito dai media, ma al suo posto impazza una catastrofe ben peggiore: Minzolini e colleghi che si accapigliano sul milione di telespettatori perduti. Intanto abbiamo nuovi sismi in Nuova Guinea Afghanistan e Cina, ma l'argomento è logoro, non interessa più.

E dire che di problemi ambientali ne abbiamo anche noi. La penisola italica sembra snella ma è obesa. Con l'Alta Velocità possiamo schizzare da Roma a Milano in tre ore e due pacchetti di biscottini. Ma attraversarla per il largo da Roma a Cesena è come affrontare il Sahara. I cantieri della Salerno-Reggio Calabria sono patrimonio archeologico, al posto degli autogrill potrebbero avere dei nuraghi. Le autostrade a pagamento sfavillano di asfalto drenante, ma quando piove un terzo delle strade normali frana o è inagibile.

L'acqua sarà il business del futuro, è già pronta la privatizzazione con relativa spartizione. Ci sarà l'acqua Padana, metà Po metà Tevere, perché la Lega ha il cuore a nord ma l'esofago a Roma. Poi avremo Pidiella, l'acqua che combatte la renella e gli avvisi di garanzia. L'Acquafini che fa digerire i magoni e ripristina l'obbedienza. L'acqua Centrorosso, con lieve percentuale alcolica per far finta che le elezioni siano state un trionfo. Infine l'Acqua del sud, che essendo la mafia un'invenzione televisiva, sarà imbottigliata da Maria De Filippi.

In quanto all'aria le nostre città sono avvelenate dallo smog ma è tutto un fiorire di Ecomaratone, Vivilabici, Corricheseisano, Domenica Respira. Una o due volte all'anno migliaia di cittadini in tuta e scarpette testimoniano la loro volontà di sopravvivere. Ma il giorno dopo Domenica Respira c'è già Lunedì Ansima e poi Martedì Strozzati. È uscito anche un decalogo "per attraversare bene una città", come a dire, la colpa non è dell'inquinamento, ma dei cittadini idioti che non sanno respirare. In quanto alla Fiat, ha le auto elettriche pronte ma finché c'è il petrolio mancano le prolunghe.

E tra poco riavremo il nucleare. Verranno costruite solo centrali della moderna terza generazione. Vuole dire che ci devono guadagnare almeno tre grosse industrie. Nessuno ha proposto di costruire una nuova generazione di edifici scolastici, non si guadagna abbastanza.

Tutto questo testimonia che, di fronte a un emergenza ambientale senza precedenti, l'Italia continua a mostrare scarsissima conoscenza e coscienza ecologica. Ci sono singoli parlamentari, associazioni benemerite, comitati di cittadini, qualcuno come Grillo o Vendola che ci sta provando. Ma il partito verde italiano è sempre stata la cenerentola dei partiti verdi europei.

Tutti sentiamo parlare di pale eoliche e pannelli solari, ma le pale restano ferme, e sul fotovoltaico c'è un caos di leggi, di certificazioni improvvisate e di confusione sui costi. Sui nostri tetti l'unica cosa che trionfa è la parabolica.

Camion e navi con rifiuti tossici non hanno smesso un istante di attraversare i nostri territori e il nostro mare. Basta pagare una multa e si riparte. E la nostra prevenzione incendi è al livello di quella degli eschimesi.

Forse c'è una spiegazione. Forse l'Italia si è affezionata all'immagine di qualcosa di sporco, franante, disordinato, e guasto. Le nostre bellezze devono avere un contrappunto fetente, per venire incontro alle aspettative ai turisti. Che infatti fotografano con la stesso interesse i nostri quadri e la spazzatura per strada.

Eppure la parola "pulito" salta fuori in ogni nuovo slogan, iniziativa, e palingenesi. Berlusconi si è promozionato ripulendo una parte di Napoli, poco importa che adesso tutto stia tornando come prima. Le gallerie ferroviarie "ecostabili" della Roma-Bologna hanno distrutto i torrenti dell'Appennino, ma non sentirete mai un'amministrazione rossa protestare per questo scempio. Andate sullo Jonio e vedrete che per un ecomostro abbattuto, un altro sta spuntando.

Chi ci difende da questo massacro mafioso-cementizio? I geologi, i sismologi, i metereologi sono ormai post-esperti. Nel senso che vengono ascoltati solo dopo i disastri. Sarebbe bellissima una trasmissione televisiva in prima serata col titolo "Io l'ho visto" in cui si denunciano i pericoli e i guasti del dissesto idrogeologico e si indica come intervenire subito. Ma i disastrologi devono constatare, non inquietare. E i più furbi tra loro hanno un argomento rassicurante, che garantisce un nuovo passaggio in televisione: dicono "è vero, è un disastro ma è già successo nel 1937". Verrebbe voglia di farsi trovare a letto con la loro moglie dicendo "quello che lei pensa è vero ma non si arrabbi, è già successo nel 1998".

Il vulcano, dicono gli scienziati, non è una malvagia anomalia, ma un motore della biosfera. In questo caso il prefisso "bio" viene usato seriamente: ma ormai non c'è prodotto che non esibisca queste tre lettere come pennacchio. Da biogas si è passati a bioyogurt, biomassaggio, biodentifricio e anche biopannolino per bioculi grandi e piccini. Quando si tratta di vendere, sono tre lettere magiche. Quando però si parla di biosfera, cioè di un organismo che non si può vendere, ma che si dovrebbe difendere dalla sfrenatezza economica, il discorso cambia. Ogni istanza ecologica diventa biochiacchiera apocalittica. E i giapponesi con cinica serietà scientifica ci informano che la crisi totale della biosfera è già in atto, e scommettono chi sul 2013 chi sul 2050. Non è un dubbio cosmico come "chi vincerà lo scudetto", ma varrebbe la pena di rifletterci.

Fortunatamente per i dirigenti italiani le tre lettere sacre non sono bio, ma "mio", la miosfera del privilegio e dell'impunità. Quel vulcano è un rompiballe, che probabilmente ha dentro al cratere un ritratto di Che Guevara. Dimentichiamolo in fretta.

Recentemente Obama ha detto che entro il duemilatrenta l'uomo deve assolutamente andare su Marte. Ci viene un dubbio: lo ha detto per desiderio scientifico o sta preparando un'arca di Noè? Sarebbe bello se l'inevitabile nube islandese ci spingesse a pensare alle nubi evitabili del nostro futuro. Ma la fine del mondo sembra ormai l'ultimo grande spettacolo che ci è rimasto. Non conviene rinviarla, abbiamo già venduto tutti i biglietti.

(20 aprile 2010)
Emblematico, come al solito.

giovedì 15 aprile 2010

Un po' di colore

Cliccate sul titolo e muovete il mouse. Mette allegria!

EDIT: è cambiato, non mette più molta allegria...

lunedì 12 aprile 2010

Il prezioso consiglio della mia migliore amica

Qualche notte fa ho sognato di essere al pranzo di Pasquetta con i miei amici. Chiacchieravamo amabilmente, poi la mia migliore amica ha detto una cosa rivolgendosi a me, in merito ad un problema che avevo sollevato. In buona sostanza, mi ha dato il consiglio più appropriato della mia vita: mai, e ripeto, mai ne ho ricevuto uno più azzeccato per la situazione.
Mi sono svegliata poco dopo, felice di aver trovato la soluzione al dilemma che mi tormentava tanto e ripetendo le parole che mi erano state dette in sogno per non dimenticarle. Dopo la colazione, però, il suggerimento è scomparso.
Non ricordo nemmeno l'argomento: ricordo solo l'immagine della mia amica che parlava, sorridente e chiarificatrice, fugando ogni dubbio sul da farsi con la sua bella bambina in braccio.
Qual era il problema che è stato risolto con poche, semplici parole? Sono certa che, se trovassi la risposta a questo quesito, ricorderei anche il prezioso consiglio della mia migliore amica.

martedì 6 aprile 2010

Le mie più sentite scuse

Carissimi,
questo per me sembra essere l'anno degli incidenti diplomatici. Man mano che acquisto sicurezza in me stessa e smetto di farmi pare per ogni cosa che dico o scrivo, mi rendo conto che forse dovrei tornare a tacere.
Tempo fa, ad inizio anno, ho riportato una cronaca non veritiera del festeggiamento d capodanno con voi. Ho colto uno spunto dato da un paio di commenti (non ricordo nemmeno quali o di chi) e ci ho ricamato su, offendendo due amici senza volerlo. Ho scritto senza pensare realmente ai contenuti, cercando di rendere accattivante il testo. Ho sbagliato, e vorrei tanto scusarmi.
Fin da quando ero bambina amavo scrivere e da poco, cioè da quando ho aperto questo blog, ho deciso di scrivere per il puro gusto di mettere una parola dietro l'altra. Ho preso spunto da qualcosa che succedeva, da qualcosa che sarebbe successo o da persone a me vicine e ho espanso questi spunti, non sempre nel modo migliore. Anzi, questa volta, proprio nel peggiore.
Questo errore, questa leggerezza che ho avuto, rischia di costarmi due preziosi amici.
Carissimi, voi due che siete stati offesi dalla mia leggerezza, spero che potrete perdonarmi e prendere questo blog per quello che è: un calderone di idee a cui cerco di dare la forma di un testo.

Ad ogni altro lettore, invece, chiedo di rileggere il post che trovate a questo link pensando alla meschinità che ho dimostrato nel tirare in mezzo degli amici piuttosto che all'evento descritto. E, per il futuro, non considerate fedele a realtà ciò che scrivo, perché sia che si tratti di Anna che di qualunque altro argomento, sono solo tentativi di coltivare una passione che ho dall'infanzia, e per farlo, la realtà diventa uno spunto. Quando parlo di un amico, di un fatto accaduto, ne colgo l'idea di base e lo sviluppo a modo mio. Avrei dovuto dirlo prima, "avrei dovuto" tante cose. Ho lasciato da parte la mia paura del giudizio nel modo sbagliato.

Spero che i miei amici potranno scusare la mia idiozia.

mercoledì 31 marzo 2010

Upi, ovvero "serve più coraggio a questo mondo"

Very Affollated People è il blog creato da una simpatica disegnatrice che espone le proprie vicende attraverso gli occhi delle sue tre alter ego, le quali rappresentano ognuna un lato del so carattere e della sua vita.
Si potrebbe parlare delle maschere che ognuno è costretto a portare e che indossa senza nemmeno accorgersene, si potrebbe evidenziare l'accezione pirandelliana che i tre personaggi assumono sotto alcuni aspetti, ma io, personalmente, credo che la decisione di dividersi in tre "pupazzi" non abbia nulla a che fare con tutto questo.
Magari sbaglio, ma il motivo per cui lo dico è che ho visto molta spontaneità nel blog e non l'artificio che ci si potrebbe attendere da una scelta cosciente in quel senso.
Upi, Una Persona Intorno e Sqaw Belicosa sono le tre facce della disegnatrice: la donna creativa che non si prende troppo sul serio, la donna responsabile e femminile, la donna scorbutica e combattiva. Questi tre elementi, a dire il vero, sono parte di tutte noi; per questo credo che prenderne coscienza e scorporarli sia un attestato di schiettezza. Inoltre, il carattere autentico delle vignette mi fa pensare che questa sia l'interpretazione corretta.
Qua sotto inserisco il link al blog e la sua vignetta più recente (sperando di non far torto all'autrice; Squaw Bellicosa mi intimorisce un po'), da cui traspare l'energica, complessa e interessante personalità che caratterizza la disegnatrice.



martedì 30 marzo 2010

Secondo round, i PG iconici del 5°Clone

Parte la seconda manche del concorso ed il protagonista di questo round è l'incantatore Thregiz:

Un'enorme testa rossa. Ecco com'è Threghiz in ogni descrizione dei viandanti che passano dalle montagne al mare. Continuamente assorto nei suoi pensieri, con una vecchia sacca a tracolla piena di strani oggetti. Alto una spanna in più del più alto del villaggio e con un fisico asciutto. Sempre troppo nervoso, è solito avvolgersi nel suo mantello scuro solo per rinchiudersi nel suo mondo.
Non parla, sbuffa reputando difficile trovare qualcosa di interessante oltre la magia. Si muove a scatti e spesso in maniera svogliata per poi cambiare completamente una volta immerso nelle sue ricerche.
Molti pensavano che essendo nato topo da biblioteca, sarebbe morto topo da biblioteca.
Eppure, la strana cicatrice che porta sul viso lascia intendere che forse, sotto un'altra luna, anche lui abbia gridato il suo nome ai quattro venti.
Sta a voi dargli un passato!

lunedì 29 marzo 2010

Conto alla rovescia

Sembra incredibile che le cose si muovano. Siamo partiti da zero, pensando al tempo che non passava mai, ed ora, già sforato il termine che ci eravamo posti per entrare in casa, il sogno si sta per realizzare.
I lavori dell'elettricista sono fatti, il piastrellista ha già posato quello che doveva: mancano solo la resina, una bella imbiancata e una lavata a tutte le superfici.
Poi ci saranno i mobili, pian piano.
Manca ancora poco.

venerdì 26 marzo 2010

Cuori infranti

La primula gialla sul davanzale soffre la siccità cui Anna l'ha costretta recentemente. Per un paio di giorni si è dimenticata di innaffiarla e, rientrando nello studiolo che ospita il computer, si è trovata davanti ad una pianta svenuta e quasi agonizzante. Immediatamente ha provveduto a bagnarle la terra, e, sussurrandole parole di conforto e di tenere scuse, le ha tagliato foglie e fiori secchi per non affaticarla troppo.
Anna è del tutto intenzionata a perdere un po' di tempo al computer, ma il cellulare, con cui ha sempre avuto un rapporto di amore-odio, la distrae con i suoi richiami isterici. Accendendo il computer, Anna risponde, senza guardare il display.
"Pronto?" ha sempre una voce perplessa ed intimorita quando risponde al telefono.
"Ciao, sono io. Come va?" è Liz, ha la voce agitata. Anna capisce che l'ha chiamata per dirle qualcosa di particolarmente pesante; sa che chiederle come va è solo una formalità, così risponde allo stesso modo, con noncuranza: non è quello che conta.
"Bene, dimmi tutto." il computer sta caricando stancamente l'avvio, Anna si allontana e comincia a camminare per casa, senza meta.
"Non hai visto facebook, vero?" Anna è giunta in cucina e guarda il cesto della frutta, alla ricerca di una preda.
"No, perché?" Anna apre il frigo, guarda dentro, lo richiude.
"Matteo e Irene si sono lasciati."
Silenzio. Sgomento. Anna non sa cosa dire: non riesce a dar voce all'enorme caos che le ha invaso la mente. Irene e Matteo erano una coppia storica, stavano assieme dal liceo e sembrava che nulla potesse scalfire il loro amore. Per tutti gli amici erano come un edificio: sta lì, lo vedi ogni giorno, è solido e pensi che sarà per sempre. Non ti aspetti che crolli, o che venga abbattuto. Eppure, era capitato anche a loro.
Era la terza coppia tra i conoscenti di Anna a sfasciarsi nell'arco di un anno, ma forse l'unica che Anna vedeva come eterna. Anna si sente mancare e si siede su uno sgabello; lo stomaco ha cominciato a stringersi attorno a qualcosa che Anna visualizza come una piccola sfera nera di puro vuoto.
"E perché?" riesce a chiedere con un filo di voce, mentre si stupisce dell'essere così sconvolta per qualcosa che non la tocca.
Liz comincia a raccontare quello che sa, ma Anna non l'ascolta. Cominciano ad assalirla le prime idee:
Se non ce l'hanno fatta loro, chi può farcela? Come sono fragili le nostre certezze! Ho speranze per il mio futuro?
Ci ricama sopra, in una continua ripetizione che la trasporta in un vortice di paura, in fondo, nell'abisso in cui l'attende il tradimento di Walter. Dopo quella perdita aveva cominciato a guardare alle altre coppie con speranza: ha bisogno della prova che si può portare avanti una storia con risolutezza, superando le difficoltà assieme.
La voce di Liz la richiama, mentre Anna sta per mettersi a piangere, nel panico.
"Ehi, ci sei? Mi ascolti?" Liz, giustamente, è un po' scocciata dal silenzio dell'amica.
"No, scusa, stavo pensando. Sai, è assurdo. Erano così belli insieme, sembrava che dovessero essere una di quelle poche coppie che si conosce giovane e poi resta assieme fino alla vecchiaia. Sai, quelli che vedi per manina ancora a ottant'anni." Lo dice con voce sommessa.
Parlano ancora un po', non riuscendo ad affrontare un vero discorso, ma affidandosi a semplici frase fatte e a luoghi comuni. Nessuna delle due vuole pensarci troppo, vogliono solo il conforto della voce della propria migliore amica.
Riattaccato il telefono Anna si rifugia tra le braccia del divano, rimanendo nella penombra del pomeriggio. No, non era stata la paura del futuro a farla sentir male: era stata la consapevolezza del loro dolore. Chiunque avesse preso la decisione, troncare una relazione tanto lunga doveva essere stato devastante per entrambi, e lei aveva partecipato di quella stessa sofferenza. Dopo diversi mesi, lo squarcio lasciato aperto da Walter non si era ancora rimarginato e bruciava con feroce intensità. Ancora sentiva come se polmoni, cuore e fegato venissero lacerati da artigli neri e mostruosi quando le tornava alla mente l'immagine del letto sfatto e di loro due, Walter e la biondina, che si rivestivano in fretta, sperando di essere più veloci del destino. Walter aveva anche avuto il coraggio di dire un "non è come credi" che non convinceva nemmeno lui. Era stato esattamente come nei film: una situazione stereotipata.
Memore di quanto aveva vissuto si sentiva pesare il cuore all'idea che due suoi amici, a cui voleva un gran bene, soffrissero come aveva sofferto lei. Per loro aveva sempre desiderato la felicità, si riepiva gli occhi del loro amore e gliene augurava ancora, credendoli una benedizione per il mondo. Ancora peggiore era la certezza di non poter fare niente per farli star meglio, a parte starli a sentire, nel caso avessero voluto sfogarsi con lei.
Anna prende il telefono, copone il numero e attende.
"Pronto?" risponde una voce triste, stanca.
""Ciao, come stai? Ho saputo..."

***
Un abbraccio a tutti e due. Comunque vada, spero nella vostra felicità.

martedì 23 marzo 2010


È sera tardi, nell'aria c'è l'odore della pioggia appena caduta, accompagnato dal presagio di quella che cadrà. Potrebbe cominciare da un momento all'altro, ma ad Anna non importa di non avere l'ombrello. È stata a cena fuori con gli amici e non ha voluto essere riaccompagnata a casa da nessuno per poter fare due passi nella strada quasi deserta e respirare la fresca aria di fine inverno. Vuole inspirarla in profondità e ricordarsene il profumo direttamente nei polmoni; ancora qualche giorno, poi sarà già primavera. 
Mette un piede davanti all'altro, con lentezza: non ha fretta di tornare a casa, e vuole sentire i tacchi degli stivali toccare con delicata fermezza l'asfalto del marciapiede, ritmati, un metronomo per i propri pensieri.
Un sorriso malizioso le solca il viso tranquillo, e con sguardo desideroso contempla il centro della carreggiata. Non passa nessuno, ma Anna non riesce a decidersi: mille regole impostele dicono che la sua fantasia è sbagliata, rischiosa. Lei stessa la ritiene peccaminosa, ma non può fare a meno di sognarsi libera, nuda, a camminare in mezzo alla strada spopolata, le imposte delle case chiuse e le luci spente. Sogna che la strada le appartenga, coi suoi colori e i suoi lampioni, che quel posto pubblico diventi privato.
"Eppure" pensa intenerita da sé stessa, stando ferma con le mani nelle tasche del suo cappotto turchese, mentre fissa l'oggetto dei suoi desideri "non ho nemmeno il coraggio di camminarci vestita."
Si fa forza e muove un passo fuori dal marciapiede, scivolando tra le macchine parcheggiate, ma un motorino passa ronzando a pochi centimetri da lei, riportandole alla mente il maggior motivo per cui non ha mai camminato in mezzo alla strada prima.
Anna desiste, intimidita e delusa dalla propria debolezza, ma sicura che un giorno ne avrà il coraggio.
Per ora si limita ad attraversare fuori dalle strisce.

giovedì 18 marzo 2010

Risposta a E. , anonimo la cui firma consiste in una sola lettera puntata

Non avevo intenzione di "giustificare", ma di "spiegare". 

La differenza è che si giustifica quando si ritiene di essere in una condizione di inferiorità col proprio interlocutore e si vuole ad ogni costo sollevare la propria condizione. Non è il mio caso.

Si spiega, al contrario, per pura cortesia. Questo è il mio caso, e ora ti spiego perché:

Io non ritengo di dover giustificare nulla, specialmente a te, perché anche se non ho la certezza di chi tu sia (una vaga idea, però, sì) sono del tutto sicura che tu non sia il destinatario di questa lettera. Spiego, come ho detto, per pura cortesia, anche se potrei tranquillamente ignorare le provocazioni (e ne avrei il diritto, per i motivi che seguono).

Su questo blog pubblico ciò che mi riguarda fino al punto in cui non ho problemi a "spogliarmi" emotivamente davanti ad un potenziale pubblico, e questo è un secondo motivo per cui non ho la minima intenzione di "giustificare" ciò che scrivo, ma al massimo spiegare. Più di tanto non metto in piazza e ho il pieno diritto di pormi dei limiti.

Troppo comodo? Parlo solo di diritti e non di doveri? Certo, ma è un mio spazio personale, e ribadisco MIO, quindi costruito su misura per me e da me; questo è quello che offro, se qualcuno è interessato a leggere, come ho già detto, leggerà e apprezzerà o meno e lo potrà tranquillamente dire. Del resto io non ho preso alcun impegno nei confronti dei lettori, ma solo nei confronti di me stessa, e tale impegno è mantenere un posto in cui scrivere ciò che sento se lo desidero, perciò chi non è interessato o cerca solo un modo per creare fastidi non ha motivi di criticare: Quaderno Pubblico non è destinato a lui. Ad ogni modo le critiche positive e costruttive ("potresti scrivere di più di Anna", "potresti inserire le tue foto", "potresti scrivere le cronache della tua campagna", "potresti imparare a scrivere meglio leggendo il manuale X" "questo pezzo mi pare estremamente ripetitivo, cerca di essere più spontanea" ...) sono quelle che accetto volentieri.
 
Del resto su Quaderno Pubblico non si nega ospitalità a nessuno, nemmeno al più ridicolo provocatore il cui intento sarebbe solo farmi andare di traverso la giornata.

martedì 16 marzo 2010

Lettera ad un amico trascurato

Carissimo amico mio,
è passato troppo tempo dall'ultima volta che ti ho sentito. Mi hai chiamata tu per farmi gli auguri di Natale ed io ho tagliato corto perché stavamo aprendo i regali in famiglia; poi non ti ho più richiamato.
Sono stata troppo presa dai miei eventi per occuparmi di te. Le sporadiche e superficiali volte che ricevevo notizie da parte tua mi sembravano positive e per questo non mi sono preoccupata: tu, sempre così inquieto mi parevi felice e mi bastava. Ora, però, non riesco a capire tutti i cambiamenti che hai affrontato.
Sono diverse settimane che ti penso, ma ancora non trovo le ore necessarie per telefonarti. Vorrei sapere dove sei e cosa fai. Cosa sta accadendo nella tua vita, di cui una volta ero ben informata?
Vorrei vederti, per parlare di persona e, finalmente, chiarire tutte le domande che ho su di te.
Perdona la mia assenza, non sono brava a coltivare le amicizie.

lunedì 15 marzo 2010

Concorso: i PG iconici del 5°Clone

Il 5°Clone è lieto di presentare un nuovo concorso dove mettere alla prova la vostra creatività in diversi campi. La particolarità di questo concorso risiede nella sua doppia natura: si svolgerà diviso in due fasi, una dedicata agli scrittori e una ai disegnatori . La prima fase, dedicata agli scrittori, prevede la creazione di un background per quelli che diventeranno i PG iconici de Il 5°Clone e che verranno utilizzati nelle avventure che pubblicheremo prossimamente. Il concorso, inoltre, sarà diviso in 5 round, ognuno della durata di 2 settimane.

I premi consistono nella maglietta e nei dadi riportati nelle foto.

Per maggiori informazioni cliccate sul link del titolo!

venerdì 12 marzo 2010

Letterina a Babbo Compleanno

Caro Babbo Compleanno,
io lo so, ma in molti ignorano che tu e Babbo Natale siete fratelli; il più famoso è di certo lui, ma non ti abbattere perché anche se siamo in pochi a riconoscere il tuo lavoro, lo apprezziamo davvero tanto.
Babbo Natale afferma che il lavoro più arduo sia il suo, poiché si trova a dovver consegnare un sacco di regali in giro per il mondo, condensando il tutto in poche ore. Io so che non è così: lui normalmente ha le letterine, e oltra alla consegna non deve fare molto altro. Tu, invece, ti trovi prima di tutto a dover indovinare cosa vuole il destinatario, scovare chi gli farà i regali e insinuare l'ispirazione nelle loro menti. Sono tre passagi tutt'altro che semplici!
Pe questo vorrei alleggerirti un po' il lavoro, ma non so proprio cosa potrei volere. Avevo un desiderio, che era qualcosa di prezioso non ben definito, qualcosa di elegante e lucenmte: beh, hai indovinato, e Matteo me l'ha regalato.
Adesso però non so nemmeno decidere se preferirei ricevere qualcosa per me o qualcosa per la casa.
Voglio dei CD di musica country, come per Natale?
Dei libri, magari?
Dei DVD?
Talisman?
Un gioiello?
Un bel vaso in cristallo, un piatto centrotavola, una ciotola, qualcosa di arredamento?
Qualcosa per il lavoro?
Una borsa?
Non lo so.
Forse, ormai, sono troppo soddisfatta di quello che ho per chiedere altro; nulla di quello che mi viene in mente mi procura l'acquolina, nulla accende il mio spirito di gazza ladra; son tutte cose carine, ma niente mi farebbe fare i salti di gioia e battere le mani come un bimba. Come al solito quello che mi rende più felice è vedere che gli altri ne sanno più di me su quello che desidero!
Caro Babbo Conmpleanno, sono un caso disperato. Scegli tu cosa farmi arrivare, a me va bene tutto; e poi, se è un regalo, perché devo chiedere e pensarci io?
L'unica cosa che voglio senza compromessi è poter festeggiare con gli amici e la famiglia a più riprese.
Sono sicura che come al solito svolgerai il tuo lavoro con eccellenza...spero solo di non averti mandato in crisi con quasta lettera.
Un abbraccio,
 Irene

martedì 23 febbraio 2010

«Io costretta a licenziarmi perché ho avuto una bimba» - Milano

E della voglia di una mondo diverso, dove le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia.
Lo voglio pure io. Anche io voglio non essere costretta a scegliere tra lavoro e famiglia, e sono pienamente convinta che potrò avere ciò che desidero.
Perché? Perchè non sono e non sarò sola.

Molte donne pretendono che siano le aziende a dar loro il tempo di accudire la famiglia, compito che implica, per la maggior parte di noi, tenere ordinata la casa e pensare ai figli; l'errore fondamentale è questo: pensare che sia la donna a dover dare tutto questo, da sola.
I nostri uomini non sono solo de portafogli-scaldaletto, ma sono i nostri compagni di vita, e questo significa che devono (eh sì, è imperativo il mio "devono") aiutarci: devono fare la loro parte in casa e in famiglia, devono essere consapevoli che le responsabilità di igiene, educazione e sostentamento nella famiglia non si riducono al pagare la spesa, i libri scolastici e quello che serve. Devono essere mariti e padri, così come noi dobbiamo essere mogli e madri.
Si tratta di condivisione e di reciprocità: in una società in cui lavorano entrambi nella coppia, entrambi devono essere consapevoli dei propri doveri.
Davvero le donne avrebbero bisogno di tanto tempo da dedicare alla casa e alla famiglia se i loro uomini facessero altrettanto? Domanda retorica.
Ora, io non sto parlando dei casi particolari riportati nel link, né sto considerando il primo periodo, quello in cui il neonato dipende esclusivamente dalla mamma, ma sto prendendo tutto questo come spunto, come idea per dire quella che è la mia opinione sulle pari opportunità: non ci possono essere se all'interno della coppia non esistono. Non bisogna cominciare con politiche aziendali, ma con iniziative private: donne che fanno capire ai loro uomini cosa significa essere una coppia che porta aventi una famiglia assieme e uomini disposti ad essere degni di tale definizione.
È difficile, è lungo, e va contro quello che ci viene insegnato e mostrato da tutti, ma non è giusto pretendere dall'azienda ciò che non abbiamo nella coppia.
Ho scritto male, di getto e senza approfondire nulla. Ci sarebbero infiniti aspetti da considerare, bisognerebbe fare un'analisi storica e sociologica, bisognerebbe esaminare statistiche, ma io ho deciso di basarmi solo su quello che vedo in giro, nelle famiglie che conosco, più o meno giovani; su quello che sento dire dalle persone e da quello che si aspettano dal partner.

domenica 7 febbraio 2010

Sotto incantesimo

"Liz. Lizzie" Anna sorride, leggermente commossa, mentre pronuncia quelle parole. Liz, una volta Lizzie, è la migliore amica di Anna e da poco hanno ricominciato a vedersi con relativa assiduità. Sta tornando a casa dopo essere stata a cena da Liz, e ripensa alla sua amica, a quando l'ha conosciuta e a come l'affetto reciproco non si sia mai affievolito in tutti quegli anni.
Liz, allora ancora Lizzie, è stata la sua prima compagna di banco alle medie e probabilmente la coincidenza con cui si sono trovate a sedere una a fianco dell'altra è stata la vera scintilla della loro amicizia: Anna era rimasta spaiata su un banchetto doppio perché tutte le altre ragazzine e tutti gli altri ragazzini, probabilmente più audaci di lei, avevano già stretto amicizia, se non altro per il fatto di aver salito le scale della nuova scuola uno accanto all'altro, in un'ordinata file per due.
Il numero di studenti della classe era dispari, e Anna era stata costretta a salire le scale con la professoressa, mettersi in primo banco e rimanere da sola.
Poi era comparsa Lizzie sulla porta, ritardataria come sarebbe sempre stata in futuro, e aveva occupato quell'unico spazio vuoto accanto ad Anna. Anna fu grata di quell'apparizione e probabilmente lo fu anche Lizzie, perché strinsero immediatamente un'amicizia che da quel giorno non fece altro che crescere d'intensità.
Un'amicizia profonda, che non si era spenta nemmeno quando Anna aveva scelto un liceo e Lizzie un altro; non si era affievolita nemmeno quando Anna si era messa con Walter e ancor meno quando Lizzie era andata a studiare chimica a Bologna.
La lontananza geografica forzata era durata poco, però, perché dopo appena un paio d'anni Lizzie era tornata a casa con un dono prezioso di nome Lucrezia. Sorridente, con enormi occhi azzurri e luminosi, aveva conquistato Anna ancor prima di nascere.
Lizzie era diventata Liz.
Quella sera, a circa un anno e mezzo dal giorno in cui Anna aveva pianto di felicità per 24 ore di fila, dovendo essere paradossalmente tranquillizzata da una Liz che si stava appena riprendendo dal parto, Anna aveva assistito ad una scena che l'aveva letteralmente incantata.
Erano circa le 23 e stavano chiacchierando. Lucrezia, che dormiva nella sua cameretta si era svegliata, e la mamma, prontamente, era andata a consolarla. Anna era rimasta sola nel salotto e aveva cominciato a sentirsi profondamente a disagio: le pareva di invadere un momento incredibilmente intimo e sarebbe di certo andata via se non avesse temuto di svegliare ancora di più Lucrezia camminando sul vecchio parqet scricchiolante. Era rimasta immobile, trattenendo il fiato e guardandosi intorno imbarazzata: il tavolo ancora apparecchiato, i giochi di Lucrezia, la pianta nell'angolo...ecco, si sarebbe concentrata sulla pianta. Si sedette sul divano lì accanto e cercò di capire se quella pianta nell'angolo fosse una talea della pianta che sua madre aveva in soggiorno; le probabilità c'erano, visto che la madre di Anna poteva averne regalata una alla madre di Liz.
Anna faceva così ogni volta in cui assisteva a Liz che si prendeva cura di Lucrezia: la imbarazzava essere presente in un momento in cui reputava di essere di troppo; si sentiva un'intrusa, una guardona, e per questo concentrava la propria attenzione su qualcos'altro.
Attese così una decina di minuti, poi Liz entrò nella stanza con Lucrezia in braccio: la bimba non voleva addormentarsi e Liz non voleva lasciar da sola Anna, che in quel momento aveva incredibilmente smesso di sentirsi di troppo, ma era diventata parte del quadro.
Ora voleva andar via solo per permettere alla sua amica di riaddormentare Lucrezia, ma era incollata al divano, a guardare la bambina, il visino appoggiato al seno e una manina che cercava di abbracciare la mamma; una scena di perfetta armonia di cui Anna non si sentiva più indiscreta spettatrice; ora ne era parte, così come si può essere parte di un'opera d'arte che si ammira e da cui ci si lascia trasportare.
Era quasi mezzanotte e Anna di decise: salutò Liz (le avrebbe voluto dare un bacio in fronte), salutò Lucrezia mezza addormentata (avrebbe voluto darne uno anche a lei) e cercò di andare alla porta da sola per non intaccare il quadro.
Anna cammina alla luce dei lampioni in una strada il cui silenzio è interrotto solo raramente dalle auto che passano. È in armonia con tutto perché ha gli occhi pieni della felicità della sua migliore amica.

giovedì 4 febbraio 2010

Un fiume in piena

FORSE NON ESSERE E' ESSERE

Forse non essere è essere senza che tu sia,
senza che tu vada tagliando il mezzogiorno
come un fiore azzurro, senza che tu cammini
più tardi per la nebbia e i mattoni,

senza quella luce che tu rechi in mano
che forse altri non vedran dorata,
che forse nessuno seppe che cresceva
come l'origine rossa della rosa,

senza che tu sia, infine, senza che tu venissi
brusca, eccitante, a conoscere la mia vita,
raffica di roseto, frumento del vento,

e da allora sono perché tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amor sarò, sarai, saremo.

Pablo Neruda

Tra un paio di settimane i miei suoceri festeggieranno le nozze d'argento e, cercando per l'occasione qualche poesia di Neruda, mi sono imbattuta in questa.
Leggendola ho sentito il cuore riempirsi, come un lago secco in cui si riversa il fiume in piena; quasi ho pensato di non reggere tanta emozione, e gli occhi, per impedirmi di leggere e farmi spraffare completamente dalla dolcezza e dall'eternità di questi versi, si sono riempiti di lacrime.
Stavo cercando qualcosa da donare a quelle due persone, che fanno parte della mia vita da quasi otto anni, a cui ormai voglio bene come a dei secondi genitori e che - ne sono certa - mi vogliono bene come ad una figlia. Volevo donar loro un'emozione attraverso delle parole immortali, ma come le ho lette ho sentito il bisogno di farle mie e mie soltanto. Ho sentito tutta la speranza del mio futuro con il mio dolce 3/4, il ricordo del nostro passato e il nostro presente.

e da allora sono perchè tu sei,
e da allora sei, sono e siamo,
e per amor sarò, sarai, saremo.

Vorrei che fossero solo mie per la loro perfezione, come un tesoro, da leggere e sussurrare, per percepirne l'immensità e farmi di nuovo travolgere dal fiume in piena.
Ma.
Non sono solo mie. Sono di chiunque le legga e ci si rispecchi, di qualunque coppia le senta espressione del proprio amore. Cambierà il modo in cui io le sento sapere che qualcun altro, vicino a me, le percepisce allo stesso modo? L'essere pubbliche le sminuisce?
No.
E, a dirla tutta, è proprio qesto il bello.

martedì 12 gennaio 2010

Piastrellomachia

Succede così, quando non si discute e non ci si prende la briga di scegliere assieme.
Succede stupidamente, pensando di far piacere all'altro che pensa di far piacere a noi.
Si va insieme in un centro bricolage-faidate-tuttodituttopertutti a cercare delle piastrelle per la parete della lavatrice e e del lavabo nel ripostiglio; le si cerca in offerta, a poco prezzo, perché tanto nel ripostiglio non ricevi gli ospiti; le si cerca comunque carine, perché anche l'occhio vuole la sua parte.
Uno fa alcune proposte, ma l'altro non risponde con chiarezza; non dice "sì, va bene, mi piacciono" né "quella no, fa schifo!"; si limita a " va beh...ma scegli tu, decidi tu, a me va bene tutto."
Il problema sorge quando chi viene incaricato di decidere non vuole farlo da solo; scegliere in solitudine per qualcosa che riguarda entrambi non è appagante; non c'è piacere alcuno nel decidere disgiuntamente alcuni pezzi della casa perché la casa dovrà parlare di entrambi contemporaneamente; la casa dovrà essere lo specchio della coppia, non di due individui affiancati, perché chi la abiterà sarà una famiglia, non due coinquilini.
"Dimmi quali ti piacciono, così scegliamo assieme."
"Decidi tu, mi sta bene qualunque cosa sceglierai."
"Ma io voglio che tu mi dica quali ti piacciono, devono andar bene ad entrambi!"
Si va avanti con queta tiritera in stile "E invece sì/E invece no" finché uno dei due non cede.
"Ok, mi piacciono quelle verdi."
"Anche a me, ma quelle verdi non ci stanno col pavimento."
Si ricomincia con "Allora scegli tu/No scegliamo assieme": il sostenitore di "scegli tu" è frustrato perché vede che nessuna decisione viene presa; chi dei due insiste col "decidiamo assieme" è frustrato perché si sente abbandonato per una decisione che non vuole prendere da solo. "Scegliamo assieme" avanza qualche proposta senza ottenere alcun commento utile a capire veramente il pensiero dell'altro. Gli vengono segnalate delle piastrelle rosa, lucide che non apprezza e lo dice velatamente, per non scoraggiare "Decidi tu" che, controvoglia, sta parecipando alla scelta.
Finalmente eccole: color avorio, lisce, senza fronzoli, poco costose. L'accordo è raggiounto: piacciono ad entrambi ma bisogna ordinarle. Poco male pensa "Scegliamo insieme", il tempo non manca, bisogna attendere che gli elettricisti si mettano all'opera e solo dopo piastrellare; "Scegli tu" sperava di averle a disposizione subito; a portata di mano ci sono quelle rosa lucide che non piacciono a "Scegliamo insieme", ma "Scegli tu" insiste. Si gira, si corre da una piastrella all'altra, non si parla.
Si torna al "Scegli tu/No, scegliamo insieme".
"Scegliamo insieme" vuole chiudere la questione ed inaspettatamente, senza più voglia di discutere, decide. In solitudine. Senza soddisfazione.
Ha optato per quelle rosa lucide, costose, lontane da ciò che voleva per lo sgabuzzino ma disponibili; le ha accettate per accontentare "Scegli tu", perché nemmeno le altre piastrelle disponibili in magazzino erano di suo gradimento.
Si paga, si va a casa e si litiga sul motivo per cui uno vuole scegliere assieme mentre l'altro delega le decisioni.
"Scegliamo assieme" vince la battaglia.
Si fa pace, ci si dà un bacio.
Si scopre che le pisatrelle non piacciono a nessuno dei due.

Succede così, quando non si discute e non ci si prende la briga di scegliere assieme.
Succede stupidamente, pensando di far piacere all'altro che pensa di far piacere a noi.

Ed ora abbiamo delle piastrelle che fanno schifo ad entrambi e non le possiamo nemmeno portare indietro; la prossima volta ci penseremo due volte prima di commettere lo stesso stupido errore. Intanto ci ridiamo su...
Se non altro la cavolata l'abbiamo fatta insieme! ^___^

domenica 10 gennaio 2010

L'importanza del nome

Eccola lì, Anna, distesa sul suo letto, la testa dalla parte dei piedi e i piedi appoggiati al muro color pesca della sua cameretta di ragazzina. Ci sono ancora tutti i poster della sua adolescenza, da Noah Wile a Freddie Mercury fino al collage di fotografie pieno di visi sorridenti e di linguacce che le hanno regalato le amiche per il suo sedicesimo compleanno.
Anna ha un libro aperto posato sul petto con la copertina che guarda il soffitto, proprio come lei. Il soffitto è bianco ed Anna si chiede ancora perché mai, quella volta, sua madre non le abbia permesso di colorarlo come il resto della stanza; che importava se l'ambiente sarebbe sembrato più piccolo? A lei sarebbe piaciuto poter decidere qualcosa: anche il colore l'aveva scelto sua madre.
Non sa come le sia passata per la mente quell'idea, ma ad un tratto si è chiesta: "Ma se mi chiamassi in un altro modo sarei la stessa che sono adesso?" Questo pensiero l'ha stupita, le è sembrato così strano.
Del resto, pensa, se il nome è una cosa che indossiamo da quando nasciamo, come può non condizionare il nostro modo di essere?
Il nome è un biglietto da visita che sfoderiamo nel momento in cui conosciamo qualcuno; specialmente nell'infanzia e nell'adolescenza il nome, al pari dell'aspetto, conferisce una prima impressione nelle persone e di conseguenza determina l'atteggiamento che queste avranno nei nostri confronti.
Un nome lungo o particolare è soggetto a giochi e storpiature, prese in giro, scherzi. La mente degli adolescenti e dei bambini ha la capacità di trovare un'infinita varietà di rime e diminutivi umilianti o in ogni caso fastidiosi ma certi nomi richiamano l'attenzione più di altri.
Ma al di là di queste ultime considerazioni, pensa Anna scacciando gli ultimi pensieri (troppo semplicistici per i suoi gusti), visto che durante gli anni della scuola si viene presi in giro per qualsiasi sciocchezza ed una più o una meno non fa la differenza, il nostro nome non può essere solo un'etichetta attaccata alla nostra identità; è impossibile che non influisca, anche indirettamente, sull'interazione con il resto del mondo.
Il nome è, prima di tutto, un suono; un suono che sentiamo fin da bambini e che ci identifica, e che, quindi, crea un'immagine di noi proprio nella nostra mente; già questo dovrà avere una sua influenza, no? Allo stesso modo, piacendo o meno ai nostri interlocutori, ne comporterà l'atteggiamento verso di noi e così anche la nostra percezione degli altri. Anna organizza i pensieri, ma rimane confusa.
Cerca di andare oltre: può il nome determinare in qualche modo la nostra interazione con l'interezza del mondo? Portare un nome tratto dalla mitologia classica o in alternativa da quella norrena potrebbe comportare diversi gusti letterari, diverse compagnie o diversi passatempi?
Ma soprattutto, quanto di noi è scritto prima della nostra nascita, quanto è innato e quanto, invece, è determinato da ciò che vediamo e sentiamo? E in tutto questo, che ruolo ha il nome?
Anna fissa quel soffitto bianco alla ricerca delle risposte, sperando che si materializzino nella sua mente con la stessa naturalezza con cui è comparsa la domanda.

venerdì 8 gennaio 2010

Eriadan

Da anni ormai mi sono appassionata ad alcuni blog a fumetti e li seguo quotidianamente. Quello che ho potuto notare senza alcuna difficoltà, poiché salta all'occhio immediatamente, è come i blogger/disegnatori siano un po' tutti una grande famigia. Certo, quelli di cui parlo fanno -quasi- tutti parte dell'universo Shockdom ma trovo sempre stupefacente notare come il web possa avvicinare le persone creando legami duraturi negli anni. Come dicevo, sono tutti una grande famiglia, e il ruolo di "cugino maggiore da stimare e di cui seguire le orme" è sicuramente nelle mani e nelle matite -virtuali e non- di Eriadan. Il mio preferito, in assoluto.
Ho cominiato a seguirlo qualche mese dopo l'apertura del blog, avvenuta nel dicembre 2003. Eriadan è stato senz'altro un pioniere dei blog a fumetti, sul suo vecchio sito, trasferito solo in seguito in casa Shockdom. Non ce n'erano molti, e il suo era allora, come lo è adesso, spettacolare.

Eriadan è un sognatore visionario, capace di trovare poesia ed ironia nelle situazioni più banali e quotidiane.
Nell'arco degli anni ha dato forma a molti personaggi, i quali sono diventati dei veri e propri miti, entrando a tutti gli effetti nelle vite dei lettori e, talvolta, spezzando loro il cuore; Il Piagatto, scolpito nella Colonna della Memoria di tanti lettori, la Santa Pazienza, con una quinta di reggiseno perché è tanta e Chiara Falce, "la bella dama a cui non si può negare l'ultimo giro di danza"(cit. Eriadan), sono solo alcuni dei magnifici personaggi del blog che racconta con vivacità la vita e le riflessioni dell'autore.

Sono passati tanti anni e lui è visibilmente cambiato nello stile e nei conteuti, ci ha permesso di partecipare alla sua evoluzione e alla sua vita, tanto che, incontrandolo a Lucca allo stand dell'editore sembrava di trovare un amico. Infatti, qualche anno fa, una decina di giorni prima che nascesse Lucrezia, io e il mio dolce 3/4 pranzavamo a Lucca al tavolino di un bar con degli amici che non vedevamo da un sacco e che avevamo ritrovato proprio grazie alla fiera. Eravamo in zona Comics, dietro il padiglione con gli espositori delle varie case editrici, e notiamo che ci passa rapidamente accanto proprio lui, Eriadan. Il nostro amico, con nonchalance, lo ferma con un placcaggio in piena regola e comincia a chiacchierare. Lui è stato cortesissimo, anche se non ci conosceva, anche se l'avevamo bloccato mentre andava a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, anche se probabilmente aveva la testa da tutt'altra parte vista l'attesa e la tensione che dovevano caratterizzare la sua vita in quel periodo.
Sono passati tanti anni, ma Eriadan rimane un poeta e grazie a lui ogni mattina, dal lunedì al venerdì, comincio la giornata con un sorriso:

giovedì 7 gennaio 2010

Anna

Anna è davanti allo specchio, intenta a fissare le proprie occhiaie. Una volta si piaceva, ma ora l'idea che ha di sé non corrisponde più a come appare. Una volta si curava di più, ma ora ne ha perso la voglia . Per farlo, dovrebbe essere tranquilla.
Anna sa di non star bene, ma quasi non le interessa. Attende solo di laurearsi, con la convinzione che dopo le cose cambieranno. Dopo riprenderà a mangiare regolarmente, senza alternare digiuni ad abbuffate. Dopo riuscirà di nuovo a dormire. Ora, però, non vuole pensarci: ora si sta concentrando sul proprio aspetto.
Non può fare nulla contro il mento poco pronunciato, né contro le guance troppo tonde, ma può migliorare i capelli. Ha una chioma rossa e riccia e da qualche tempo ha cominciato ad odiarla: prima le piacevano quei capelli indomabili che le incoronavano il viso, delicato e lentigginoso, ma ora non si sente più a posto. Guarda le foto delle riviste e vede solo donne dai capelli lisci, perfettamente in piega e disciplinati e vorrebbe essere così: vorrebbe essere Marcia Cross.
Anna vuole un'estetica più ordinata, così ha comprato una piastra per capelli. Sola in casa e in piedi davanti allo specchio del piccolo bagno giallo e verde studia la procedura da applicare.
L'impresa le pare disperata, ma vuole provarci lo stesso e a tal fine ha comprato tutti i prodotti necessari, nella speranza di giungere ad un accordo coi suio capelli: ha già usato shampoo balsamo liscianti, ha applicato la schiuma fissante e disciplinante ad effetto anti crespo e ora si sta spruzzando una costosa lozione protettiva contro il calore. Perplessa fissa la piastra, rosa ma non per questo meno minacciosa ed attende diligentemente che si scaldi. Intanto ha diviso i capelli in piccole ciocche. Una ad una le chiude nella morsa calda, attende un po' e lentamente fa scorrere la piastra verso le punte. Si guarda allo specchio, gira la testa, valutando il risultato e constatando che non è venuto poi così male. Ma nemmeno bene, a dirla tutta.
Ciocca dopo ciocca ripete l'operazione; intanto, la sua mente vaga...
Da poco ha ricominciato ad uscire con regolarità coi suoi amici storici. A Walter non piacevano, o forse era il contarrio, e per questo non li vedeva spesso. Ma ora lei e Walter non stanno più asiieme: si sono lasciati dopo una relazione durata cinque anni, uno dei quali di convivenza, per vedute discordanti sulla loro coppia: lei si vedeva praticamente sposata, lui si vedeva con un'altra.
Tornare a casa dei genitori le era pesato più del tradimento in sé; temeva il tipico modo di rinfacciare gli errori di sua madre e il silenzio severo del padre, ma non aveva scelta: lasciando Walter aveva lascito anche il lavoro nell'azienda di famiglia dei suoceri, e ora non le restava che tornare all'università, abbandonata per seguire i sogni di gloria del suo amore. Per questo doveva per forza riprendere possesso della vecchia cameretta a casa di mamma e papà. Fortunatamente aveva trovato un'accoglienza migliore di quella che immaginava: i genitori erano esaltati dal fatto che lei avesse finalmente ritrovato la ragione e, sebbene cercassero di nascondere il loro entusiasmo per non apparire insensibili al dolore della figlia, ci riuscivano assai male.
Anche gli amici l'avevano accolta nuovamente alla notizia, tutto grazie a lui, Sebastiano, che aveva ricominciato a chiamarla invitandola fuori la sera. Se qualcuno anni prima le avessero chiesto di dire quali amici le sarebbero rimasti più vicini nel tempo, l'ultimo su cui avrebbe scommesso sarebbe stato proprio Sebastiano.
Sebastiano è un ragazzo non bello ma affascinante che grazie alla sua discrezione pasa spesso inossevato. Caratterialmente è quello che ad Anna piace definire "l'Appeso che voleva essere l'Imperatore"; si dimostra attaccato alla materialità e alla esclusiva protezione dei propri interessi e non c'è da stupirsi se questa è l'immagine che hanno di lui gli amici. Però da qualche mese anche lui è cambiato molto a causa (pensa Anna) di una pesante delusione d'amore. Da quel momento ha comunciato ad aprirsi di più, mostrando un'animo sensibile che nessuno pensava potesse avere. Ha raccontato agli amici del proprio dolore e sempre più spesso se ne esce con affermazioni che negano il valore di ciò che è puramente materiale. Sebastiano è l'unico ad aver chiesto ad Anna come si sentisse dopo aver lasciato Walter ed è l'unico ad interessarsi alla sua nuova vita.
Da quando Sebastiano si è mostrato più umano Anna lo osserva e riflette su quello strano ragazzo: quando Chiara l'ha abbandonato per tornare tra le braccia del suo ex lui è cambiato o ha semplicemente sentito il bisogno di essere autentico e mostrarsi per com'è?
L'attaccamento che lui più di tanti altri sta mostrando per il gruppo di amici non in quanto compagnia, ma in quanto singole amicizie da coltivare è nato dopo la partenza di Chiara o c'è sempre stato, celato da una corazza?
Anna conosce Sebastiano dal liceo, ma solo ora lo vede veramente: Sebastiano è come la carta dell'Appeso, mistico, sensibile. L'Appeso ha solo una gamba libera ma non è prigioniero: è volutamente abbandonato all'Assoluto; l'Appeso è il sognatore, il creativo, e l'analogia che Anna vede tra i due è proprio il contatto con una dimensione ultraterrena, sotto forma di ricerca per Sebastiano (ricerca del sentimento, del proprio spirito, dell'armonia) e di pura ricettività per l'Appeso.
Anna crede che Sebastiano abbia la stessa capacità ricettiva dell'Appeso e che per questo abbia bisogno di proteggeri. La spiritualità dell'Appeso si contrappone alla carta dell'Imperatore, il quale domina la componente materiale; l'Imperatore è il corpo, il potere, la concretezza. Così Sebastiano ha passato anni nel tentativo di scacciare l'Assoluto: quando percepisci pienamente l'energia che ti corconda e che permea il nostro mondo hai le sensazioni amplificate, inclusa la sofferenza. Sebastiano ha cercato di essere l'Imperatore, duro e freddo, ma abbandonandosi a Chiara ed essendo da lei abbandonato, ha capito che non poteva fuggire dal dolore.
Ora Sebastiano non può più vestire i panni dell'Imperatore, o almeno non con i suoi amici; sul lavoro probabilmente ne mantiene la maschera, ma questo lo fanno tutti. Sebastiano è discreto ed Anna si chede se gli altri amici abbiano notato il suo cambiamento.
L'ultima ciocca è stata passata per la seconda volta; i capelli sono lisci le stanno bene. Le conferiscono un'aria un po' severa e compita, un po' da stronza algida e lontana.
Si piace, peccato per le occhiaie, il mento poco pronunciato e le guance troppo tonde.

martedì 5 gennaio 2010

Pimp my home

Nuovi pezzi si aggiungono al nostro puzzle: in bagno compaiono il piattino del sapone e il bicchiere per gli spazzolini, due allegri tappetini in tinta con le piastrelle e nel nostro micro salotto si stende il nuovo tappeto, chiaro, luminoso, soffice.
Con queste piccole cose il nostro sogno prende forma e pian piano capiamo sempre meglio come vogliamo il nostro appartamento.
Prima di cominciare questa avventura credevo che arredare una casa fosse molto più semplice. Decidi cosa vuoi e vai a cercarlo.
Mera utopia!
Non sempre quello che vuoi è reperibile in commercio: una volta non ti convince il colore, la volta dopo le finiture sono scadenti, nel negozio successivo hanno qualcosa che potrebbe essere ciò che volevi ma è troppo grande...certe altre volte ti innamori di un pezzo d'arredamento, lo compri e poi ti rendi conto di dover fare i salti mortal per trovare dei mobili con cui abbinarlo in modo che non risulti un pugno nell'occhio.
Ciò che pesa maggiormente, però, è la lentezza con cui si procede: finendo di lavorare mediamente alle 18,30 non ho tempo per andare in giro il pomeriggio, così la ricerca dei mobili è riservata al sabato e alla domenica.
Ce la faremo mai? Beh sì, ma la domanda corretta è: ce la faremo per la primavera?
Si vedrà: intanto respiriamo l'aria di cambiamento, trapaniamo muri, attendiamo preventivi.

Passi di danza in mezzo al traffico

Ed è quando sei per strada, con l'i-pod che ti suona una canzoncina allegra nelle orecchie e riesci a stento a trattenerti dal ballare, che senti di essere felice.

domenica 3 gennaio 2010

Capodanno al mare

Partenza alle 18,50, in pazzesco ritardo sulla tabella di marcia. A quell'ora, infatti, saremmo già dovuti essere alla casa al mare di un'amica, dove ci aspettava il resto della compagnia per il cenone di Capodanno.
Il menu consisteva in un antipasto freddo a base di salumi, sottaceti e torta salata, in una pasta condita con sugo alle polpettine, un ottimo gulash di manzo (non lo dico solo perché l'ho preparato io: era davvero squisito!), un misto di verdure passate in tegame, dolci vari e per festeggiare la mezzanotte il classico
zampone con delle eccellenti lenticchie (non crediate che stia lodando le lenticchie per il semplice fatto di averle cucinate io; quelle lenticchie sono venute davvero bene!).
Musica, il "gioca jouer" dei lavori domestici (grazie al quale abbiamo scoperto che una parte consistente del popolo maschile non sa nemmeno come si rifaccia un letto) e il Trivial Pursuit di rito, stavolta con domande aggiornate agli anni correnti e non agli anni '70.
Siamo andati a dormire alle quattro e mezza da bravi pensionati (la gente vera, a quell'ora di capodanno, è ancora in giro), accampandoci su divani letto, materassi da campeggio e sdraio da spiaggia; per la prima volta dopo sette anni e mezzo sono riuscita a dormire abbracciata al mio dolce 3/4. Un miracolo chiamato "Pigiama" l'ha permesso, trattenendo quel calore da altoforno che emettono gli uomini quando dormono come mamma li ha fatti.
La mattina è cominciata a mezzogiorno con una colazione a base di torta alla crema con frutti di bosco, cafellatte e lenticchie; nulla, a parte un piccolo neo chiamato "denaro", ha tolto divertimento e piacevolezza ai festeggiamenti. L'amica tenutaria dell'appartamento ha chiesto un contributo di pochi euro ciascuno per il consumo energetico del riscaldamento, ancor prima di decidere di fare a casa sua e tutti hanno accettato; inizialmente non sembrava un problema, nonosante lo sproposito chiesto, ma al termine delle giornate non è stato considerato che il termosifone elettrico in dotazione ha scaldato notevolmente di meno rispetto alle due stufe a cherosene poratate da uno degli ospiti e che tutti noi abbiamo dovuto lavarci, prima di dormire e dopo esserci svegliati, con l'acqua gelata, in quanto lo scaldabagno era stato lasciato spento. Ora, nessuno è andato a discutere per cinque euro a testa, ma la richiesta (nonostante i fattori sopra elencati) ha creato un po' di malumore e ha spinto tutti a una piccola protesta: nessuno ha mosso un dito per mettere a posto o pulire più di quanto avesse utilizzato per dormire...se quei cinque euro a testa non ci avevano scaldati, almeno ci avrebbero evitato le pulizie!
Così, con l'amaro in bocca ma senza discutere per non rovinare ulteriormente la bella nottata tra amici, ci siamo avviati verso le macchine per tornare alla nostra quotidianità.
Il ritorno in città è stato tranquillo, ogni coppia con la propria auto ed il proprio percorso, noi per statali e gli altri in autostrada.
L'anno nuovo sembrava ancora addormentato: la nebbia si perdeva nelle campagne circostanti alla strada deserta e il silenzio tutto attorno, la luce fioca del pomeriggio, aumentavano questa sensazione di sonnolenza. Non veniva nemmeno voglia di chiacchierare in macchina; la radio suonava in un clima spettarale che sarebbe potuto appartenere alla fiaba originale de "La bella addormentata nel bosco", quando dopo cento anni dall'incantesimo, il principe entra nel castello e trova tutti addormentati di un sonno profondo.
Siamo arrivati in città a sera fatta, ed ognuno è tornato diligentemente alla casa dei genitori, non avedo ancora il nostro bell'appartamento pronto ad accoglierci per la notte.
A casa speravo di poter guardare un film noleggiato che desideravo vedere da giorni: Chicago. Il più bel musical degli ultimi anni, un film vivo e coinvolgente. Purtroppo, però, mia madre l'aveva appena visto in televisione, così ho dovuto rimandare il progetto a tempi più favorevoli.

La giornata di oggi è stata del tutto straordinaria: abbiamo ottenuto un buon preventivo per una cucina bella e funzionale per poi cenare al ristorante giapponese con amici venuti da lontano che non vedevamo da questa estate. Torno a casa. Non è troppo tardi per mettere su Chicago, ma appena varco la soglia mi accorgo ch non tutto va come dovrebbe: mia madre è furiosa perché il monitor per il computer appena acquistato fa le bizze. No, in realtà non fa le bizze: non funziona proprio.
Dovete sapere che già da un mese il vecchio schermo del computer fisso di casa è andato in pensione per invalidità e che solo oggi si è provveduto a trovargli un degno sostituto: l'hanno preso i miei genitori e l'hanno installato, ci hanno lavorato un po' e poi...puff...è diventato tutto nero. Il bottoncino dell'accensione è illuminato, quindi la corrente arriva; accendendo e spegnend il computer si rilevano cambiamenti della luminosità, ma nessun tentativo da profana riesce a farlo funzionare.
Ormai si è fatta mezzanotte, così, prima di arrivare al gesto estremo di uccidere il nuovo monitor mal funzionante mi ritiro nel soggiorno con una copertina in morbido pile blu scuro per gustarmi, sola e pacifica, Chicago.
Accendo il lettore DVD, premo il tastino per fargli tirar fuori la lingua ma...la bocca resra serrata, Niente linguaccia su cui mettere il CD. Ripovo: niente. Riprovo: niente. Ancora: nulla.
A questo punto sono indecisa se ritenermi sull'orlo di una crisi di nervi e rendere a testate il lettore DVD finché non si decide a mostrarmi la lingua o sventolare bandiera bianca e andarmene sconsolata a letto. E qui, l'illuminzione! La lampadina di archimede! L'ispirazione di Talia! Decido di scrivere tutto qui, sul blog, attraverso il portatile di mia madre, da tempo ormai trasformato nell'unico computer della casa. Da qui il passo è breve: se posso raccontare ciò che è accaduto sul blog potrò anche guardare il film.
Così è stato: mi abbandono al buio sul divano, il volume basso per non disturbare i miei genitori sonnacchiosi e guardo questo capolavoro di regia, coreografia e interpretazione. Mi affascina sempre Richard Gere nei panni dell'avvocato figlio di buona donna e senza scrupoli, mi disgusta la Zellweger moglie traditrice e assasina del proprio amante falsa fin nel midollo, mi emoziona Catherine Zeta-Jones e mi commuove la devozione di Amos, interpretato da un bravissimo John C. Reilly.
Posso andare a dormire felice: domani imparerò a fare i bignè e appenderò lo specchio del bagno a casa nuova.
Spero solo di riuscire a svegliarmi ad un'ora decente.
Perdonate eventuali orrori e refusi di battitura ma a quest'ora della notte non ho molta voglia di rileggere e ricontrollare tutto.