martedì 12 gennaio 2010

Piastrellomachia

Succede così, quando non si discute e non ci si prende la briga di scegliere assieme.
Succede stupidamente, pensando di far piacere all'altro che pensa di far piacere a noi.
Si va insieme in un centro bricolage-faidate-tuttodituttopertutti a cercare delle piastrelle per la parete della lavatrice e e del lavabo nel ripostiglio; le si cerca in offerta, a poco prezzo, perché tanto nel ripostiglio non ricevi gli ospiti; le si cerca comunque carine, perché anche l'occhio vuole la sua parte.
Uno fa alcune proposte, ma l'altro non risponde con chiarezza; non dice "sì, va bene, mi piacciono" né "quella no, fa schifo!"; si limita a " va beh...ma scegli tu, decidi tu, a me va bene tutto."
Il problema sorge quando chi viene incaricato di decidere non vuole farlo da solo; scegliere in solitudine per qualcosa che riguarda entrambi non è appagante; non c'è piacere alcuno nel decidere disgiuntamente alcuni pezzi della casa perché la casa dovrà parlare di entrambi contemporaneamente; la casa dovrà essere lo specchio della coppia, non di due individui affiancati, perché chi la abiterà sarà una famiglia, non due coinquilini.
"Dimmi quali ti piacciono, così scegliamo assieme."
"Decidi tu, mi sta bene qualunque cosa sceglierai."
"Ma io voglio che tu mi dica quali ti piacciono, devono andar bene ad entrambi!"
Si va avanti con queta tiritera in stile "E invece sì/E invece no" finché uno dei due non cede.
"Ok, mi piacciono quelle verdi."
"Anche a me, ma quelle verdi non ci stanno col pavimento."
Si ricomincia con "Allora scegli tu/No scegliamo assieme": il sostenitore di "scegli tu" è frustrato perché vede che nessuna decisione viene presa; chi dei due insiste col "decidiamo assieme" è frustrato perché si sente abbandonato per una decisione che non vuole prendere da solo. "Scegliamo assieme" avanza qualche proposta senza ottenere alcun commento utile a capire veramente il pensiero dell'altro. Gli vengono segnalate delle piastrelle rosa, lucide che non apprezza e lo dice velatamente, per non scoraggiare "Decidi tu" che, controvoglia, sta parecipando alla scelta.
Finalmente eccole: color avorio, lisce, senza fronzoli, poco costose. L'accordo è raggiounto: piacciono ad entrambi ma bisogna ordinarle. Poco male pensa "Scegliamo insieme", il tempo non manca, bisogna attendere che gli elettricisti si mettano all'opera e solo dopo piastrellare; "Scegli tu" sperava di averle a disposizione subito; a portata di mano ci sono quelle rosa lucide che non piacciono a "Scegliamo insieme", ma "Scegli tu" insiste. Si gira, si corre da una piastrella all'altra, non si parla.
Si torna al "Scegli tu/No, scegliamo insieme".
"Scegliamo insieme" vuole chiudere la questione ed inaspettatamente, senza più voglia di discutere, decide. In solitudine. Senza soddisfazione.
Ha optato per quelle rosa lucide, costose, lontane da ciò che voleva per lo sgabuzzino ma disponibili; le ha accettate per accontentare "Scegli tu", perché nemmeno le altre piastrelle disponibili in magazzino erano di suo gradimento.
Si paga, si va a casa e si litiga sul motivo per cui uno vuole scegliere assieme mentre l'altro delega le decisioni.
"Scegliamo assieme" vince la battaglia.
Si fa pace, ci si dà un bacio.
Si scopre che le pisatrelle non piacciono a nessuno dei due.

Succede così, quando non si discute e non ci si prende la briga di scegliere assieme.
Succede stupidamente, pensando di far piacere all'altro che pensa di far piacere a noi.

Ed ora abbiamo delle piastrelle che fanno schifo ad entrambi e non le possiamo nemmeno portare indietro; la prossima volta ci penseremo due volte prima di commettere lo stesso stupido errore. Intanto ci ridiamo su...
Se non altro la cavolata l'abbiamo fatta insieme! ^___^

domenica 10 gennaio 2010

L'importanza del nome

Eccola lì, Anna, distesa sul suo letto, la testa dalla parte dei piedi e i piedi appoggiati al muro color pesca della sua cameretta di ragazzina. Ci sono ancora tutti i poster della sua adolescenza, da Noah Wile a Freddie Mercury fino al collage di fotografie pieno di visi sorridenti e di linguacce che le hanno regalato le amiche per il suo sedicesimo compleanno.
Anna ha un libro aperto posato sul petto con la copertina che guarda il soffitto, proprio come lei. Il soffitto è bianco ed Anna si chiede ancora perché mai, quella volta, sua madre non le abbia permesso di colorarlo come il resto della stanza; che importava se l'ambiente sarebbe sembrato più piccolo? A lei sarebbe piaciuto poter decidere qualcosa: anche il colore l'aveva scelto sua madre.
Non sa come le sia passata per la mente quell'idea, ma ad un tratto si è chiesta: "Ma se mi chiamassi in un altro modo sarei la stessa che sono adesso?" Questo pensiero l'ha stupita, le è sembrato così strano.
Del resto, pensa, se il nome è una cosa che indossiamo da quando nasciamo, come può non condizionare il nostro modo di essere?
Il nome è un biglietto da visita che sfoderiamo nel momento in cui conosciamo qualcuno; specialmente nell'infanzia e nell'adolescenza il nome, al pari dell'aspetto, conferisce una prima impressione nelle persone e di conseguenza determina l'atteggiamento che queste avranno nei nostri confronti.
Un nome lungo o particolare è soggetto a giochi e storpiature, prese in giro, scherzi. La mente degli adolescenti e dei bambini ha la capacità di trovare un'infinita varietà di rime e diminutivi umilianti o in ogni caso fastidiosi ma certi nomi richiamano l'attenzione più di altri.
Ma al di là di queste ultime considerazioni, pensa Anna scacciando gli ultimi pensieri (troppo semplicistici per i suoi gusti), visto che durante gli anni della scuola si viene presi in giro per qualsiasi sciocchezza ed una più o una meno non fa la differenza, il nostro nome non può essere solo un'etichetta attaccata alla nostra identità; è impossibile che non influisca, anche indirettamente, sull'interazione con il resto del mondo.
Il nome è, prima di tutto, un suono; un suono che sentiamo fin da bambini e che ci identifica, e che, quindi, crea un'immagine di noi proprio nella nostra mente; già questo dovrà avere una sua influenza, no? Allo stesso modo, piacendo o meno ai nostri interlocutori, ne comporterà l'atteggiamento verso di noi e così anche la nostra percezione degli altri. Anna organizza i pensieri, ma rimane confusa.
Cerca di andare oltre: può il nome determinare in qualche modo la nostra interazione con l'interezza del mondo? Portare un nome tratto dalla mitologia classica o in alternativa da quella norrena potrebbe comportare diversi gusti letterari, diverse compagnie o diversi passatempi?
Ma soprattutto, quanto di noi è scritto prima della nostra nascita, quanto è innato e quanto, invece, è determinato da ciò che vediamo e sentiamo? E in tutto questo, che ruolo ha il nome?
Anna fissa quel soffitto bianco alla ricerca delle risposte, sperando che si materializzino nella sua mente con la stessa naturalezza con cui è comparsa la domanda.

venerdì 8 gennaio 2010

Eriadan

Da anni ormai mi sono appassionata ad alcuni blog a fumetti e li seguo quotidianamente. Quello che ho potuto notare senza alcuna difficoltà, poiché salta all'occhio immediatamente, è come i blogger/disegnatori siano un po' tutti una grande famigia. Certo, quelli di cui parlo fanno -quasi- tutti parte dell'universo Shockdom ma trovo sempre stupefacente notare come il web possa avvicinare le persone creando legami duraturi negli anni. Come dicevo, sono tutti una grande famiglia, e il ruolo di "cugino maggiore da stimare e di cui seguire le orme" è sicuramente nelle mani e nelle matite -virtuali e non- di Eriadan. Il mio preferito, in assoluto.
Ho cominiato a seguirlo qualche mese dopo l'apertura del blog, avvenuta nel dicembre 2003. Eriadan è stato senz'altro un pioniere dei blog a fumetti, sul suo vecchio sito, trasferito solo in seguito in casa Shockdom. Non ce n'erano molti, e il suo era allora, come lo è adesso, spettacolare.

Eriadan è un sognatore visionario, capace di trovare poesia ed ironia nelle situazioni più banali e quotidiane.
Nell'arco degli anni ha dato forma a molti personaggi, i quali sono diventati dei veri e propri miti, entrando a tutti gli effetti nelle vite dei lettori e, talvolta, spezzando loro il cuore; Il Piagatto, scolpito nella Colonna della Memoria di tanti lettori, la Santa Pazienza, con una quinta di reggiseno perché è tanta e Chiara Falce, "la bella dama a cui non si può negare l'ultimo giro di danza"(cit. Eriadan), sono solo alcuni dei magnifici personaggi del blog che racconta con vivacità la vita e le riflessioni dell'autore.

Sono passati tanti anni e lui è visibilmente cambiato nello stile e nei conteuti, ci ha permesso di partecipare alla sua evoluzione e alla sua vita, tanto che, incontrandolo a Lucca allo stand dell'editore sembrava di trovare un amico. Infatti, qualche anno fa, una decina di giorni prima che nascesse Lucrezia, io e il mio dolce 3/4 pranzavamo a Lucca al tavolino di un bar con degli amici che non vedevamo da un sacco e che avevamo ritrovato proprio grazie alla fiera. Eravamo in zona Comics, dietro il padiglione con gli espositori delle varie case editrici, e notiamo che ci passa rapidamente accanto proprio lui, Eriadan. Il nostro amico, con nonchalance, lo ferma con un placcaggio in piena regola e comincia a chiacchierare. Lui è stato cortesissimo, anche se non ci conosceva, anche se l'avevamo bloccato mentre andava a cercare qualcosa da mettere sotto i denti, anche se probabilmente aveva la testa da tutt'altra parte vista l'attesa e la tensione che dovevano caratterizzare la sua vita in quel periodo.
Sono passati tanti anni, ma Eriadan rimane un poeta e grazie a lui ogni mattina, dal lunedì al venerdì, comincio la giornata con un sorriso:

giovedì 7 gennaio 2010

Anna

Anna è davanti allo specchio, intenta a fissare le proprie occhiaie. Una volta si piaceva, ma ora l'idea che ha di sé non corrisponde più a come appare. Una volta si curava di più, ma ora ne ha perso la voglia . Per farlo, dovrebbe essere tranquilla.
Anna sa di non star bene, ma quasi non le interessa. Attende solo di laurearsi, con la convinzione che dopo le cose cambieranno. Dopo riprenderà a mangiare regolarmente, senza alternare digiuni ad abbuffate. Dopo riuscirà di nuovo a dormire. Ora, però, non vuole pensarci: ora si sta concentrando sul proprio aspetto.
Non può fare nulla contro il mento poco pronunciato, né contro le guance troppo tonde, ma può migliorare i capelli. Ha una chioma rossa e riccia e da qualche tempo ha cominciato ad odiarla: prima le piacevano quei capelli indomabili che le incoronavano il viso, delicato e lentigginoso, ma ora non si sente più a posto. Guarda le foto delle riviste e vede solo donne dai capelli lisci, perfettamente in piega e disciplinati e vorrebbe essere così: vorrebbe essere Marcia Cross.
Anna vuole un'estetica più ordinata, così ha comprato una piastra per capelli. Sola in casa e in piedi davanti allo specchio del piccolo bagno giallo e verde studia la procedura da applicare.
L'impresa le pare disperata, ma vuole provarci lo stesso e a tal fine ha comprato tutti i prodotti necessari, nella speranza di giungere ad un accordo coi suio capelli: ha già usato shampoo balsamo liscianti, ha applicato la schiuma fissante e disciplinante ad effetto anti crespo e ora si sta spruzzando una costosa lozione protettiva contro il calore. Perplessa fissa la piastra, rosa ma non per questo meno minacciosa ed attende diligentemente che si scaldi. Intanto ha diviso i capelli in piccole ciocche. Una ad una le chiude nella morsa calda, attende un po' e lentamente fa scorrere la piastra verso le punte. Si guarda allo specchio, gira la testa, valutando il risultato e constatando che non è venuto poi così male. Ma nemmeno bene, a dirla tutta.
Ciocca dopo ciocca ripete l'operazione; intanto, la sua mente vaga...
Da poco ha ricominciato ad uscire con regolarità coi suoi amici storici. A Walter non piacevano, o forse era il contarrio, e per questo non li vedeva spesso. Ma ora lei e Walter non stanno più asiieme: si sono lasciati dopo una relazione durata cinque anni, uno dei quali di convivenza, per vedute discordanti sulla loro coppia: lei si vedeva praticamente sposata, lui si vedeva con un'altra.
Tornare a casa dei genitori le era pesato più del tradimento in sé; temeva il tipico modo di rinfacciare gli errori di sua madre e il silenzio severo del padre, ma non aveva scelta: lasciando Walter aveva lascito anche il lavoro nell'azienda di famiglia dei suoceri, e ora non le restava che tornare all'università, abbandonata per seguire i sogni di gloria del suo amore. Per questo doveva per forza riprendere possesso della vecchia cameretta a casa di mamma e papà. Fortunatamente aveva trovato un'accoglienza migliore di quella che immaginava: i genitori erano esaltati dal fatto che lei avesse finalmente ritrovato la ragione e, sebbene cercassero di nascondere il loro entusiasmo per non apparire insensibili al dolore della figlia, ci riuscivano assai male.
Anche gli amici l'avevano accolta nuovamente alla notizia, tutto grazie a lui, Sebastiano, che aveva ricominciato a chiamarla invitandola fuori la sera. Se qualcuno anni prima le avessero chiesto di dire quali amici le sarebbero rimasti più vicini nel tempo, l'ultimo su cui avrebbe scommesso sarebbe stato proprio Sebastiano.
Sebastiano è un ragazzo non bello ma affascinante che grazie alla sua discrezione pasa spesso inossevato. Caratterialmente è quello che ad Anna piace definire "l'Appeso che voleva essere l'Imperatore"; si dimostra attaccato alla materialità e alla esclusiva protezione dei propri interessi e non c'è da stupirsi se questa è l'immagine che hanno di lui gli amici. Però da qualche mese anche lui è cambiato molto a causa (pensa Anna) di una pesante delusione d'amore. Da quel momento ha comunciato ad aprirsi di più, mostrando un'animo sensibile che nessuno pensava potesse avere. Ha raccontato agli amici del proprio dolore e sempre più spesso se ne esce con affermazioni che negano il valore di ciò che è puramente materiale. Sebastiano è l'unico ad aver chiesto ad Anna come si sentisse dopo aver lasciato Walter ed è l'unico ad interessarsi alla sua nuova vita.
Da quando Sebastiano si è mostrato più umano Anna lo osserva e riflette su quello strano ragazzo: quando Chiara l'ha abbandonato per tornare tra le braccia del suo ex lui è cambiato o ha semplicemente sentito il bisogno di essere autentico e mostrarsi per com'è?
L'attaccamento che lui più di tanti altri sta mostrando per il gruppo di amici non in quanto compagnia, ma in quanto singole amicizie da coltivare è nato dopo la partenza di Chiara o c'è sempre stato, celato da una corazza?
Anna conosce Sebastiano dal liceo, ma solo ora lo vede veramente: Sebastiano è come la carta dell'Appeso, mistico, sensibile. L'Appeso ha solo una gamba libera ma non è prigioniero: è volutamente abbandonato all'Assoluto; l'Appeso è il sognatore, il creativo, e l'analogia che Anna vede tra i due è proprio il contatto con una dimensione ultraterrena, sotto forma di ricerca per Sebastiano (ricerca del sentimento, del proprio spirito, dell'armonia) e di pura ricettività per l'Appeso.
Anna crede che Sebastiano abbia la stessa capacità ricettiva dell'Appeso e che per questo abbia bisogno di proteggeri. La spiritualità dell'Appeso si contrappone alla carta dell'Imperatore, il quale domina la componente materiale; l'Imperatore è il corpo, il potere, la concretezza. Così Sebastiano ha passato anni nel tentativo di scacciare l'Assoluto: quando percepisci pienamente l'energia che ti corconda e che permea il nostro mondo hai le sensazioni amplificate, inclusa la sofferenza. Sebastiano ha cercato di essere l'Imperatore, duro e freddo, ma abbandonandosi a Chiara ed essendo da lei abbandonato, ha capito che non poteva fuggire dal dolore.
Ora Sebastiano non può più vestire i panni dell'Imperatore, o almeno non con i suoi amici; sul lavoro probabilmente ne mantiene la maschera, ma questo lo fanno tutti. Sebastiano è discreto ed Anna si chede se gli altri amici abbiano notato il suo cambiamento.
L'ultima ciocca è stata passata per la seconda volta; i capelli sono lisci le stanno bene. Le conferiscono un'aria un po' severa e compita, un po' da stronza algida e lontana.
Si piace, peccato per le occhiaie, il mento poco pronunciato e le guance troppo tonde.

martedì 5 gennaio 2010

Pimp my home

Nuovi pezzi si aggiungono al nostro puzzle: in bagno compaiono il piattino del sapone e il bicchiere per gli spazzolini, due allegri tappetini in tinta con le piastrelle e nel nostro micro salotto si stende il nuovo tappeto, chiaro, luminoso, soffice.
Con queste piccole cose il nostro sogno prende forma e pian piano capiamo sempre meglio come vogliamo il nostro appartamento.
Prima di cominciare questa avventura credevo che arredare una casa fosse molto più semplice. Decidi cosa vuoi e vai a cercarlo.
Mera utopia!
Non sempre quello che vuoi è reperibile in commercio: una volta non ti convince il colore, la volta dopo le finiture sono scadenti, nel negozio successivo hanno qualcosa che potrebbe essere ciò che volevi ma è troppo grande...certe altre volte ti innamori di un pezzo d'arredamento, lo compri e poi ti rendi conto di dover fare i salti mortal per trovare dei mobili con cui abbinarlo in modo che non risulti un pugno nell'occhio.
Ciò che pesa maggiormente, però, è la lentezza con cui si procede: finendo di lavorare mediamente alle 18,30 non ho tempo per andare in giro il pomeriggio, così la ricerca dei mobili è riservata al sabato e alla domenica.
Ce la faremo mai? Beh sì, ma la domanda corretta è: ce la faremo per la primavera?
Si vedrà: intanto respiriamo l'aria di cambiamento, trapaniamo muri, attendiamo preventivi.

Passi di danza in mezzo al traffico

Ed è quando sei per strada, con l'i-pod che ti suona una canzoncina allegra nelle orecchie e riesci a stento a trattenerti dal ballare, che senti di essere felice.

domenica 3 gennaio 2010

Capodanno al mare

Partenza alle 18,50, in pazzesco ritardo sulla tabella di marcia. A quell'ora, infatti, saremmo già dovuti essere alla casa al mare di un'amica, dove ci aspettava il resto della compagnia per il cenone di Capodanno.
Il menu consisteva in un antipasto freddo a base di salumi, sottaceti e torta salata, in una pasta condita con sugo alle polpettine, un ottimo gulash di manzo (non lo dico solo perché l'ho preparato io: era davvero squisito!), un misto di verdure passate in tegame, dolci vari e per festeggiare la mezzanotte il classico
zampone con delle eccellenti lenticchie (non crediate che stia lodando le lenticchie per il semplice fatto di averle cucinate io; quelle lenticchie sono venute davvero bene!).
Musica, il "gioca jouer" dei lavori domestici (grazie al quale abbiamo scoperto che una parte consistente del popolo maschile non sa nemmeno come si rifaccia un letto) e il Trivial Pursuit di rito, stavolta con domande aggiornate agli anni correnti e non agli anni '70.
Siamo andati a dormire alle quattro e mezza da bravi pensionati (la gente vera, a quell'ora di capodanno, è ancora in giro), accampandoci su divani letto, materassi da campeggio e sdraio da spiaggia; per la prima volta dopo sette anni e mezzo sono riuscita a dormire abbracciata al mio dolce 3/4. Un miracolo chiamato "Pigiama" l'ha permesso, trattenendo quel calore da altoforno che emettono gli uomini quando dormono come mamma li ha fatti.
La mattina è cominciata a mezzogiorno con una colazione a base di torta alla crema con frutti di bosco, cafellatte e lenticchie; nulla, a parte un piccolo neo chiamato "denaro", ha tolto divertimento e piacevolezza ai festeggiamenti. L'amica tenutaria dell'appartamento ha chiesto un contributo di pochi euro ciascuno per il consumo energetico del riscaldamento, ancor prima di decidere di fare a casa sua e tutti hanno accettato; inizialmente non sembrava un problema, nonosante lo sproposito chiesto, ma al termine delle giornate non è stato considerato che il termosifone elettrico in dotazione ha scaldato notevolmente di meno rispetto alle due stufe a cherosene poratate da uno degli ospiti e che tutti noi abbiamo dovuto lavarci, prima di dormire e dopo esserci svegliati, con l'acqua gelata, in quanto lo scaldabagno era stato lasciato spento. Ora, nessuno è andato a discutere per cinque euro a testa, ma la richiesta (nonostante i fattori sopra elencati) ha creato un po' di malumore e ha spinto tutti a una piccola protesta: nessuno ha mosso un dito per mettere a posto o pulire più di quanto avesse utilizzato per dormire...se quei cinque euro a testa non ci avevano scaldati, almeno ci avrebbero evitato le pulizie!
Così, con l'amaro in bocca ma senza discutere per non rovinare ulteriormente la bella nottata tra amici, ci siamo avviati verso le macchine per tornare alla nostra quotidianità.
Il ritorno in città è stato tranquillo, ogni coppia con la propria auto ed il proprio percorso, noi per statali e gli altri in autostrada.
L'anno nuovo sembrava ancora addormentato: la nebbia si perdeva nelle campagne circostanti alla strada deserta e il silenzio tutto attorno, la luce fioca del pomeriggio, aumentavano questa sensazione di sonnolenza. Non veniva nemmeno voglia di chiacchierare in macchina; la radio suonava in un clima spettarale che sarebbe potuto appartenere alla fiaba originale de "La bella addormentata nel bosco", quando dopo cento anni dall'incantesimo, il principe entra nel castello e trova tutti addormentati di un sonno profondo.
Siamo arrivati in città a sera fatta, ed ognuno è tornato diligentemente alla casa dei genitori, non avedo ancora il nostro bell'appartamento pronto ad accoglierci per la notte.
A casa speravo di poter guardare un film noleggiato che desideravo vedere da giorni: Chicago. Il più bel musical degli ultimi anni, un film vivo e coinvolgente. Purtroppo, però, mia madre l'aveva appena visto in televisione, così ho dovuto rimandare il progetto a tempi più favorevoli.

La giornata di oggi è stata del tutto straordinaria: abbiamo ottenuto un buon preventivo per una cucina bella e funzionale per poi cenare al ristorante giapponese con amici venuti da lontano che non vedevamo da questa estate. Torno a casa. Non è troppo tardi per mettere su Chicago, ma appena varco la soglia mi accorgo ch non tutto va come dovrebbe: mia madre è furiosa perché il monitor per il computer appena acquistato fa le bizze. No, in realtà non fa le bizze: non funziona proprio.
Dovete sapere che già da un mese il vecchio schermo del computer fisso di casa è andato in pensione per invalidità e che solo oggi si è provveduto a trovargli un degno sostituto: l'hanno preso i miei genitori e l'hanno installato, ci hanno lavorato un po' e poi...puff...è diventato tutto nero. Il bottoncino dell'accensione è illuminato, quindi la corrente arriva; accendendo e spegnend il computer si rilevano cambiamenti della luminosità, ma nessun tentativo da profana riesce a farlo funzionare.
Ormai si è fatta mezzanotte, così, prima di arrivare al gesto estremo di uccidere il nuovo monitor mal funzionante mi ritiro nel soggiorno con una copertina in morbido pile blu scuro per gustarmi, sola e pacifica, Chicago.
Accendo il lettore DVD, premo il tastino per fargli tirar fuori la lingua ma...la bocca resra serrata, Niente linguaccia su cui mettere il CD. Ripovo: niente. Riprovo: niente. Ancora: nulla.
A questo punto sono indecisa se ritenermi sull'orlo di una crisi di nervi e rendere a testate il lettore DVD finché non si decide a mostrarmi la lingua o sventolare bandiera bianca e andarmene sconsolata a letto. E qui, l'illuminzione! La lampadina di archimede! L'ispirazione di Talia! Decido di scrivere tutto qui, sul blog, attraverso il portatile di mia madre, da tempo ormai trasformato nell'unico computer della casa. Da qui il passo è breve: se posso raccontare ciò che è accaduto sul blog potrò anche guardare il film.
Così è stato: mi abbandono al buio sul divano, il volume basso per non disturbare i miei genitori sonnacchiosi e guardo questo capolavoro di regia, coreografia e interpretazione. Mi affascina sempre Richard Gere nei panni dell'avvocato figlio di buona donna e senza scrupoli, mi disgusta la Zellweger moglie traditrice e assasina del proprio amante falsa fin nel midollo, mi emoziona Catherine Zeta-Jones e mi commuove la devozione di Amos, interpretato da un bravissimo John C. Reilly.
Posso andare a dormire felice: domani imparerò a fare i bignè e appenderò lo specchio del bagno a casa nuova.
Spero solo di riuscire a svegliarmi ad un'ora decente.
Perdonate eventuali orrori e refusi di battitura ma a quest'ora della notte non ho molta voglia di rileggere e ricontrollare tutto.