sabato 3 settembre 2011

No kids allowed

Scrivendo l'ultimo post mi è venuta in mente quella tendenza che si sta affermando in Europa e di cui si legge in giro, una tendenza tutta statunitense che io trovo di squisita civiltà: no kids allowed. Bambini non ammessi. 
Non sono mai stata una grande ammiratrice di quegli esserini rosei e cicciottelli, il cui unico pregio è di essere cuccioli, compensato dall'enorme difetto di appartenere al genere umano, ma non sono nemmeno una persona insensibile che vorrebbe vedere il mondo diventare grigio e vecchio. 
Eppure c'è un posto ed un tempo per ogni cosa. Ci sono luoghi ed eventi non adatti ai bambini, i quali, per garantire la tranquillità dei genitori che se li portano dietro, diventano un elemento di disturbo non indifferente per gli altri. 
L'immagine più immediata e forse banale che mi viene in mente è il locale elegante, in cui una coppia, che ha voglia di rilassarsi fuori casa regalandosi cibo di qualità e buon vino, deve fare i conti con i due figli della famigliola seduta al tavolo accanto. I bambini, si sa, non sono perfetti, lato positivo e contemporaneamente negativo della situazione. I bambini vanno accettati ed apprezzati per quello che sono: bestioline felici e piena di vita che partecipano dello stesso caos della natura, della stessa innocenza dei gatti dispettosi e della stessa capacità di amare di un cane, custodendo in sé tutte le migliori potenzialità dell'essere umano. Sono il nostro dolce istinto, e l'educazione genitoriale dovrebbe guidarli verso la razionalità adulta. Il processo però è graduale, e non sempre mamma e papà sanno insegnare ai figli l'autocontrollo. Talvolta è impossibile per motivi di età troppo giovane dei cuccioli, altre per la totale inadeguatezza dei genitori ad assolvere il proprio ruolo. 
Ma cosa dovrebbero fare mamma e papà se il bambino corre e strilla? Insegnargli che non si corre e non si strilla. 
Il bambino allora dovrebbe stare come un soldatino al tavolo di un ristorante non adatto alle sue esigenze? Ovviamente no. 
Bisogna rendesi conto che sarà naturale per un bambino ridere forte quando è felice o alzare la voce quando è arrabbiato, ma d'altro canto bisogna fare i conti con il contesto in cui ci si trova. A mio avviso i genitori hanno il dovere, nei confronti dei propri figli, di scegliere locali adeguati, attrezzati magari con un giardino e dei giochi all'aperto. I miei genitori si sono sempre regolati così, scegliendo ristoranti che non ci costringessero a tavola troppo tempo, perché, si sa,i bambini sia annoiano, e che ci permettessero di andare a sgranchirci le gambe e correre lontano dagli altri avventori.
Ma se mamma e papà non si rendono conto delle esigenze del bambino e lo portano in un locale non adatto? Qui bisogna distinguere tra la doverosa tolleranza e la supina accettazione. Così come abbiamo il dovere di accettare i bambini quando ci troviamo in luoghi adatti ad ospitarli, i loro genitori hanno il dovere di non introdurre bambini in luoghi che non lo sono, e se non ci pensano mamma e papà ci deve pensare l'autorità, ossia il proprietario, il gestore, l'amministratore.
Forse misure di questo tipo porteranno i genitori a riflettere. Forse otterremo solo delle isole quiete in cui ripararci dalla baraonda circostante. 
Intanto io spero che anche la mia città si popoli di simili iniziative; l'importante è non scadere nell'intolleranza.

venerdì 2 settembre 2011

Genitori al momento giusto

Dal giorno del matrimonio io e Matteo non abbiamo tregua: da una parte e dall'altra amici, parenti, colleghi, clienti ci chiedono quando è previsto il primo figlio, spesso con grandi aspettative. Certe volte verrebbe da rispondere istintivamente "Per carità, ci manca solo una scimmia urlante per casa!", ma riusciamo a controllarci ed esprimiamo la nostra idea con un diplomtico "Adesso non è il momento, ci penseremo tra qualche anno."; tutti si mostrano molto delusi, ed alcuni ci guardano addirittura come se fossimo dei bastardi egoisti.
Mi chiedo se sia davvero tanto sbagliato voler vivere questi primi anni di matrimonio come una giovane coppia e non come una giovane famiglia, ma non riesco a dubitare veramente della risposta; sarebbe più sbagliato mettere al mondo una creatura senza averla veramente desiderata, spingere un passeggino con l'aria perennemente arrabbiata, essere infastiditi dalla sola presenza di un bambino. Matteo mi ha raccontato di una donna con cui ha lavorato che odiava suo figlio; l'aveva fatto solo per dovere sociale, si detestava col pancione, e non sopportava il doverlo accudire; "Piange sempre, non so cosa vuole, non lo sopporto!" erano le frasi che ripeteva continuamente.
Faccio una lista degli impegni che ci siamo accollati io e mio marito, aggiungo i piaceri a cui non siamo disposti a rinunciare per ora: due esami di stato, una laurea, viaggi, uscite a cena.
Un bambino non rientra decisamente nei piani.


domenica 14 agosto 2011

Finalmente a casa

Un camioncino mentre sei in corsia di sorpasso, e perdi l'uscita dell'autostrada. Non è grave, allunga il viaggio, che quando sei in ritardo per la cena con i parenti non è il massimo; tuttavia ti offre una visuale differente della stessa strada che magari hai fatto più e più volte in senso opposto, quando dovevi raggiungere altre mete. 
Io quella strada non l'avevo mai fatta in quel senso di marcia; tanto meno l'avevo percorsa con il tramonto alle spalle. 
In quel momento, la rabbia per essere così in ritardo a causa di quello stupido errore è passata, perché mi sono sentita a casa. 
Casa. La laguna. L' acqua rifletteva alla perfezione le canne illuminate dall'arancio infuocato del tramonto alla nostra destra, e sopra la laguna un cielo con il suo tramonto appena pastello mostrava una luna bianca e delicata. A sinistra, invece, la campagna era illuminata di taglio, di un verde dorato e con un contrasto tra zone d'ombra e zone illuminate che ricordava Caravaggio. Sullo sfondo, poi, si stagliavano le montagne, viola. 
Ho respirato a fondo il profumo della laguna. 


sabato 13 agosto 2011

La blogger timida

C'è poco da fare, non potrei mai andare a vendere polizze assicurative o aspirapolvere porta a porta!
Negli ultimi giorni ho deciso di fare un po' di pubblicità a Quaderno Pubblico; le idee ci sarebbero e le avrei pure messe in pratica. Ho creato il Qr code, che, non so perché, mi piace tanto, ho dato vita alla pagina di facebook, a cui tutti possono mettere "mi piace", ed ho creato un account email solo per il blog. 
Ma qui subentra l'ostacolo: non ho avvisato nessuno di queste mie iniziative. Ho troppo riguardo, paura di disturbare. 
Ma ora sono in ferie, ed il primo buon proposito per questi quattro giorni è vincere la mia timidezza. Vediamo alcune tattiche possibili: 
  • scampanellare all'appartamento di fronte, promuovendo il mio blog con un sorrisone a 32 denti, ignorando il fatto che l'inquilina sia una vecchia di circa 80 anni che forse non sa nemmeno cos'è internet;
  • farmi recapitare un kit del perfetto pubblicitario ACME, con il rischio di finire come Will Coyote;
  • imbrattare i muri della città con il link, salvo poi ricevere una valanga di denunce e richieste di danni;
  • andare a disturbare le coppiette che amoreggiano in spiaggia, specialmente la sera tardi, e fargli sapere che sul mio blog si parla anche di vita di coppia; sempre che dopo mi rimanga, la vita...
  • spendere tutto il budget stanziato per le vacanze in gadget tipo matite, spillette, orologi da muro, cappellini, calendari 2012, t-shirt, felpe, berrettini e sciarpe in pile e andare a distribuirle tra i bagnanti gridando "Bloggebbello", tirandomi addosso le ire dei vacanzieri e la vendetta della cosca dei "Coccobbello". 
Oppure potrei semplicemente condividere su facebook la pagina creata di recente con tutti gli amici e piazzare il Qr code in punti strategici sul web. 


Ecco, per l'appunto. 

martedì 9 agosto 2011

L'ape regina


Ieri sera, in città,  ho visto un comportamento che mi ha ricordato una festa a cui ho partecipato un paio di mesi fa. C'era molta gente, ed io conoscevo solo poche persone, quindi mi divertivo ad osservare gli altri in attesa di essere presentati o di presentarmi autonomamente. 
La persona che ho osservato di più in assoluto era una donna incinta, di un paio d'anni più vecchia di me; sarà stata al sesto mese e aveva sul volto un'espressione fiera e calma. Quando è arrivata camminava lentamente e con altrettanta indolenza, ed oserei aggiungere anche con un po' di teatralità, si è adagiata su una poltroncina con braccioli, strategicamente posizionata in mezzo della sala. Suo marito è rimasto in piedi dietro la sedia, le mani posate ora sullo schienale, ora sulle spalle della moglie. Lei osservava le altre donne con alterigia, seduta sul trono con fare imperioso, mentre il marito le girava attorno e le procurava tutto quello che lei chiedeva. Se avessi visto un solo sorriso rivolto al marito che le porgeva da bere o un flebile "Grazie" quando lui, prontamente, le toglieva il piatto sporco dal grembo, o se l'espressione di lui mi fosse sembrata un po' meno rassegnata, non avrei pensato di aver davanti un'ape regina con il suo fuco.
Quello che mi lascia perplessa è che questa non è stata l'unica "Ape regina" che ho visto; donne che si sentono al centro dell'universo per il solo fatto di attendere un figlio, dimenticando che la gravidanza è quanto di più naturale ci sia e relegando il proprio marito, che dovrebbe essere il compagno di una vita, ad un ruolo gregario.  
Da quando la gravidanza è un merito?

lunedì 8 agosto 2011

Verso le vacanze

Mi aspettano quattro giorni di vacanza da sfruttare al meglio, perché sono gli unici dell'estate. La partenza è prevista per venerdì pomeriggio, con arrivo nella nostra località balneare preferita prima di sera. Preferita non per la posizione, il clima, la movida, la quiete, i locali, il cibo, i paesaggi, il mare, la spiaggia, ma perché totalmente gratis. Saremo ospiti dei miei augusti genitori, ed il vitto sarà, ovviamente, incluso.
La prospettiva potrebbe essere quella di sveglie tardi, mare e sole tutto il giorno, ma abbiamo scoperto che questo tipo di vacanza non fa per noi: non ci emoziona, non ci riposa veramente. I giorni passano senza che ce ne possiamo accorgere e torniamo a casa insoddisfatti e stanchi.
Bisogna muoversi, quindi, vedere luoghi e persone, come abbiamo fatto in viaggio di nozze. Fortunatamente la posizione della base è comoda, quindi potremo girare un po' tutto il veneto; certo, bisogna selezionare, ma i miei occhi mi implorano di portarli a Possagno per vedere i gessi di Canova, e il mio cuore di bambina vuole tornare a Bassano, dove ho passato tante estati, per farla vedere a mio marito. Entrambi, poi, vogliamo vedere Venezia per l'ennesima volta perché è troppo tempo che non ci torniamo e cominciamo a sentirne la mancanza. La terza tappa sarà Vicenza, perché non può mancare. Rimarrà solo un giorno da passare in spiaggia, ma tanto so che andremo altrove. Non so dove, c'è ancora tempo per scegliere. 



martedì 2 agosto 2011

Mio zio


Certe volte passo il tempo digitando il nome dei miei cari su google e vedo che cosa appare. Lo faccio specialmente con quei parenti che sento poco, che vedo ancora meno, e di cui vorrei avere notizie ma che non oso chiamare, per paura di disturbare, per paura di dire fesserie ed apparire stupida.
Ad intervalli irregolari, che possono andare da due a quattro mesi, cerco il nome di mio zio. Lui abita in un'altra città, e fin da bambina lo consideravo un mito. Avevo cinque, sei, sette, otto e nove anni, che me lo ricordo come lo zio bello. Assomigliava a Lucio Battisti, da giovane, costruiva gli aquiloni, aveva la moto e...basta. In realtà il suo vero fascino era la distanza, l'attesa della visita. Veniva a trovarci poche volte, ma quelle volte stava con noi e ci faceva giocare. Poi andava via di nuovo, e non sapevamo quando sarebbe tornato. Quando avevo nove anni si è sposato, e non l'abbiamo visto più, o quasi. Se prima la frequenza era di due volte all'anno, dopo il matrimonio era diventata di una volta ogni due anni, per star larghi. questa assenza ha spezzato il mio cuoricino di bimba adorante, che, chissà perché, riteneva che lo zio, nelle sue rare apparizioni, fosse tutto suo.
Sono passati gli anni, ed il rapporto si è raffreddato. Il desiderio infantile di farmi vedere e conoscere da mio zio tornava a bussare ogni volta che si prospettava la possibilità di incontrarci. Poi c'è stato un episodio particolare: quando ho scelto di lasciare gli studi e cercare lavoro per potermi sposare e comprare casa, lui mi ha scritto delle e-mail, inaspettate e allo stesso tempo odiate. Non mi augurava felicità, ma mi chiedeva di desistere. Mi metteva in guardia contro le difficoltà, i rischi di un errore irrimediabile; mi pareva di sentire mia madre, e questo mi ha fatta arrabbiare. Sono rimasta infuriata per più di un anno per quella discussione virtuale e distante, avvenuta per iscritto, fredda, indecifrabile.
Lui, oltre ad essere lo zio bello, era sempre stato lo zio intraprendente, quello che aveva osato scegliere la propria strada.
Solo in prossimità del mio matrimonio, dopo aver inviato l'invito, sono andata a rileggermi le email, e vi ho visto tenerezza, non supponenza. Consiglio, non critica. Tuttavia non ho potuto fare a meno di constatare come quelle raccomandazioni e quelle paure fossero lontane dalla mia mentalità, e questo non sarebbe accaduto se lui mi avesse conosciuta solo un po'.
Ci sono state due telefonate, poi, in cui mi sembrava di sentire anche da parte sua la voglia di riprendere i contatti, e al matrimonio ho percepito vicini lui e la sua famiglia.
Oggi, però, ho cercato il suo nome con google. Oltre ai soliti portali commerciali che pubblicizzano la sua attività, ho trovato un profilo di facebook; sorgono migliaia di domande.
Non mi ha chiesto l'amicizia, perché? Non vuole? Non osa come non oserei io? Posso chiedergliela io o lo metto davanti ad una scelta imbarazzante? Devo veramente farmi tutte queste domande?
No. Devo solo chiedermi se voglio rendere mio zio parte della mia vita e se voglio che finalmente mi conosca un po'.
Irene va in battaglia. 

martedì 26 luglio 2011

Cronache di una giovane coppia allo sbaraglio - acciaio (non) professionale

Come al solito noi due non possiamo fare le cose come tutti: perché comprare una cucina con un normalissimo piano in laminato? E, volendo scegliere qualcosa di speciale, perché accontentarsi della pietra? Semplice: il laminato si rovinerebbe in pochissimo tempo con l'uso che facciamo noi della cucina; in pochi mesi avremmo fatto virare il colore lavorando direttamente sul piano, si sarebbe scottato perché non sempre abbiamo un poggiapentola a portata di mano e sarebbe pieno di tagli perché qualcuno in casa nostra ha la mania di tagliare direttamente sul piano di lavoro. Deformazione professionale, suppongo.
Ma allora, cos'ha la pietra che non va? I pori: la pietra è tendenzialmente porosa, quindi, tagli e scottature a parte, si rovinerebbe tanto quanto il laminato.
Ci rimanevano due possibilità. In commercio ci sono dei bellissimi piani in pasta di quarzo che riproducono fedelmente l'effetto di un piano in marmo, donando un'estetica pregiata alla cucina, ma che non sono porosi quanto la pietra vera e propria; hanno un'ottima valenza tecnica perché non assorbono odori, colori e batteri; insomma, sono belli e igienici. La seconda ipotesi era il piano di lavoro in acciaio: non poroso, estremamente tecnico e funzionale. Dava la possibilità di non avere giunture tra piano di lavoro e piano cottura, niente siliconature attorno al lavello: tutto saldato, igienico e pulito alla vista. Tutti i parenti, chiaramente, ce l'hanno sconsigliato perché l'acciaio si graffia facilmente in superficie e perde quell'aspetto immacolato che per molta gente è il motivo principale per inserirlo.
Noi, ovviamente, abbiamo scelto proprio l'acciaio.
La raccolta di preventivi è cominciata a dicembre, girando di negozio in negozio per vagliare offerte e professionalità dei vari posti, e si è interrotta a marzo, quando abbiamo firmato il contratto d'acquisto per la cucina comprensiva di mobili e piano in acciaio.
Il progetto era ambizioso: cucina ad angolo, piano acciaio in pezzo unico con lavello e piano cottura saldati direttamente sulla superficie del piano, salvagoccia e schienaletto. Detta così sembra facile, ma non lo è, infatti ben presto sono cominciati i problemi. 
Non tralascio di dire come la casa che aveva accettato di realizzarlo alle condizioni elencate e ad un determinato prezzo si è tirata indietro, lasciandoci come unica possibilità un altro produttore più costoso, che non avrebbe però inserito il salvagoccia. Quest'ultimo accessorio, però, era rinunciabilissimo, mentre non lo era la possibilità di avere il piano ad L realizzato in pezzo unico invece di due piani separati ed affiancati. Così ci siamo affidati a quest'altra casa produttrice, pieni di speanze ed aspettative.
La cucina sarebbe dovuta arrivare in maggio assieme al primo ipotetico piano, ma, a causa del contrattempo iniziale, l'arrivo del bancone in acciaio è stato posticipato a giugno; ben presto abbiamo notato che giugno stava passando ed il piano non era ancora in vista. A luglio abbiamo chiamato il negozio che, porgendo mille scuse, ci ha fatto sapere che la cucina sarebbe stata completata solo a settembre a causa delle ferie estive; noi volevamo traslocare, visto che tutto il resto era agibile.
Il colpo da maestri è stato quello di ottenere un pianale in laminato provvisorio con cui sopravvivere durante l'estate; devo dire che, pur essendo stato montato al contrario e pur non coprendo l'intera L, è stato un fedele compagno fino a quando abbiamo ricevuto la telefonata che ci avvisava dell'arrivo del piano.
Eravamo entrambi a casa a metà settembre, quando il camion delle consegne ha scaricato nel nostro appartamento due scatoloni, grandi e dall'aspetto pesantissimo.
"Come si salda il banco?" Ho chiesto io, ingenua, notando che era in due pezzi.
"Non si salda, si affianca!" Ha risposto il capo operaio.
Non è difficile indovinare la nostra reazione: con garbo abbiamo chiamato il negozio e hanno riportato tutto indietro; tempo un paio d'ore e abbiamo ricevuto la telefonata del direttore commerciale per l'Italia. Questi ci ha offerto uno sconto del 70% se avessimo tenuto l'ultimo bancone arrivato, ma abbiamo rifiutato: a parte il risultato estetico per nulla soddisfacente, c'erano due impedimenti tecnici non indifferenti. Innanzi tutto l'affiancatura dei due pezzi era stata posizionata proprio accanto al lavello, dove sarebbe potuta filtrare dell'acqua sporcando la fessura e rovinando i mobili sottostanti. In secondo luogo lo schienaletto era stato fatto erroneamente alto 14 cm, ed andava a coprire le prese di corrente poste appena a 10 cm dalla superficie del piano di lavoro.
Era metà ottobre quando è finalmente arrivato quello che avevamo ordinato. Io non ci credevo e continuavo a controllare che non ci fossero errori: eppure era tuto a posto, era un unico pezzo, delle giuste dimensioni; lo schienaletto era alto 4 cm, come l'avevamo ordinato; i comandi del fornello erano frontali, il piano cottura ed il lavello erano saldati. Insomma, uno spettacolo!
Abbiamo salutato e ringraziato il piano provvisorio in laminato montato al contrario per l'ottimo servizio.
Io ero già tornata al lavoro quando il direttore commerciale è arrivato a casa nostra per controllare che tutto fosse a posto; al telefono Matteo doveva averlo talmente intimidito che da quel momento si era fatto sentire per ogni novità ed aveva seguito la faccenda con un tale interesse da garantire la soddisfazione del cliente. Matteo stava leggendo le istruzioni del fornello, vestito con i jeans ed una maglia e voltava la schiena alla porta della cucina; quando il direttore commerciale, un uomo sulla cinquantina dall'aspetto distinto, è arrivato ha salutato gli operai ed il proprietario del negozio dando loro del lei, ed ha distratatmente accennato un "ciao" a Matteo, scambiandolo per un garzone o qualcosa di simile.
Pagherei per tornare indietro nel tempo e guardare dall'esterno l'espressione esterrefatta di quest'uomo quando si è accorto che proprio il ragazzo che aveva salutato senza il minimo rispetto era lo stesso con cui aveva avuto a che fare; il suo sguardo tradiva tutta la sua vergogna per essersi fatto intimidire da un ragazzo di 25 anni.

Tutto è bene quel che finisce bene: noi abbiamo ottenuto la nostra splendida cucina e, nonostante gli errori, ci affideremmo di nuovo al negozio in cui l'abbiamo acquistata per la cura con cui ci hanno seguiti, per la professionalità nella progettazione e per l'ottimo rapporto qualità/prezzo che abbiamo trovato.
Quanto al piano d'acciaio, credo che nella prossima cucina ripeteremo l'espermento: la comodità e la pulizia di un materiale così tecnico e dell'assenza di fessure e pertugi in cui lo sporco può infilarsi è quanto di meglio potessi immaginare; certo, è molto costoso, si graffia con faclità e rimangono le improntine delle mani e, nel nostro caso, delle zampette dei gatti che nottetempo si divertono a infrangere i divieti, ma i graffi diventano parte della bellezza dell'acciaio usato e le impronte si cancellano con una passata di spugna.

lunedì 25 luglio 2011

L'aria condizionata, maledizione moderna

Da dietro lo schermo del computer Anna guardò con rabbia uno dei colleghi. Fuori non c'erano nemmeno 20 gradi ed il sole non batteva sui vetri delle finestre, eppure lui aveva acceso l'aria condizionata. Un polpaccio della rossa si contrasse in un crampo causato dalle forti raffiche di aria fredda che il condizionatore soffiava proprio nella sua direzione. Velocità 2, 23 gradi. Il collega era in maniche corte e custodiva il telecomando come i cani dei cartoni proteggono il loro osso. Anna indossava una maglia a maniche lunghe ed un golf sopra, i jeans e la sciarpa, e si era già alzata una volta per impostare una temperatura leggermente maggiore ed abbassare la potenza delle ventole. Pochi minuti dopo i bip del telecomando e l'espressione soddisfatta del collega le avevano fatto capire che la situazione era tornata esattamente come prima.
"Scusa Andrea, ma io ho freddo." disse ad un certo punto, alzandosi dalla sedia e dirigendosi verso la scrivania di quest'ultimo per cambiare impostazioni. Lui la fissò con odio.
Anna lo sapeva: stava per iniziare una guerra di logoramento che avrebbe vinto lui.
Quel tirocinio la stava uccidendo. Si trovava in una stanza con altri quattro impiegati molto chiassosi ed accaldati. Inoltre, con la scusa del sole e dei computer, l'aria condizionata veniva gestita sempre dallo stesso elemento che, quando poteva, manteneva la temperatura costante di 22 gradi. Solo da poco la giovane stagista aveva cominciato a chiedere un clima più mite.
"Insomma" spiegava "In inverno si tengono 22 gradi sul termosifone e abbiamo addosso i maglioni; in estate ci spariamo aria fredda a 22 gradi e siamo in canottiera. Solo io noto qualcosa di illogico in tutto questo?"
Di solito Andrea la guardava senza dire nulla, ma con profondo risentimento. Gli altri sembravano darle ragione, ma non si facevano sentire.
C'era Rocco, addetto alle paghe ed all'archivio, che le si avvicinava e, senza farsi sentire da Andrea, le diceva che fosse stato per lui non avrebbero nemmeno acceso l'aria condizionata. "Codardo" pensava lei, ben sapendo che quelle parole servivano solo per provarci: Rocco, infatti, non parlava con Anna, ma con il seno di quest'ultima, specialmente quando lei indossava una maglietta scollata oppure una camicia che lasciava intravvedere qualcosa.
Meno spiacevole ma più imprevedibile era Lavinia, la lamentosa dell'ufficio, per la quale l'aria condizionata era un pretesto per infastidire gli altri, sia che fosse troppo calda, sia troppo fredda. La stessa temperatura le andava bene solo a giorni alterni, così non si riuscivano mai a trovare un accordo.
L'ultima, forse la più insopportabile per Anna, era Serena: prossima alla pensione, viveva con lo scialle invernale sulle spalle, salvo poi lamentarsi del caldo. In quel momento, infatti, aveva consigliato ad Anna di portare in ufficio uno "scialletto di lana, che ti tiene caldo la cervicale" chiedendo subito dopo di abbassare la temperatura.
Insomma, era sola e senza alleati. Avrebbe potuto parlarne con il capo, ben sapendo delle manie ecologiche di quest'ultimo, ma oltre all'antipatia che Andrea provava nei suoi confronti, si sarebbe attirata addosso anche quella degli altri per averli scavalcati. Inoltre non avrebbe fatto una gran figura nemmeno con il capo: si sarebbe dimostrata debole ed incapace di interagire con i colleghi.
C'era una sola cosa da fare per sopravvivere.
Quella sera tornò a casa, prese la scala in alluminio dal ripostiglio, e, frugando tra i cambi di stagione, coinvolse sua madre nella ricerca di uno scialle di lana.

domenica 24 luglio 2011

Amore Vero

La sera prima aveva bevuto un paio di bicchieri di troppo, il che significava un paio di bicchieri in totale, vista la sua capacità di reggere l'alcol. Riccardo l'aveva portata in un ristorante in città, carino e molto costoso: avevano mangiato bene e le portate erano state accompagnate da ottimo vino che aveva reso Anna allegra e spensierata prima dell'arrivo del dessert. Aveva voluto pagare lui il conto, cosa che per Anna era un'assoluta novità, perché con Walter si divideva sempre, quelle rare volte che uscivano, anche durante la convivenza. 
Dal ristorante si erano mossi a piedi fino al lungomare, dove si erano seduti a terra per chiacchierare ascoltando lo sciabordio delle onde. Durante la cena avevano parlato in continuazione, ma seduti lì sul molo il silenzio veniva interrotto solo dai passi della gente dietro di loro. Anna amava il silenzio ma in quel momento era irrequieta: Riccardo si stava forse annoiando? Cosa sarebbe accaduto dopo? Come avrebbero rotto il silenzio per decidere di tornare a casa?
Ripensando a tutto questo sorrise imbarazzata. Poi si spaventò: che razza di figura aveva fatto? Si guardò attorno, circospetta, per cercare tracce di altri passaggi: faceva così con tutte? Quante? La stanza era piccola ed ordinata, ci stavano appena il letto, un comodino ed un grande armadio che occupava tutta la parete alla sua sinistra. Un'ampia finestra ammantata sulla parete a destra faceva entrare abbastanza luce da svegliare Anna senza farle capire che ora fosse. Non c'erano vestiti in giro, eccetto gli stessi che avevano gettato a terra quella notte; l'unico elemento di disturbo in quella camera semplice era la panca per addominali lasciata aperta e appoggiata contro il muro, di fronte al letto. 
"Questo è matto!" pensò lei alla sola idea di fare addominali a tempo perso. Si alzò cercando di non fare rumore, mentre lui sembrava non accorgersi nemmeno della sua presenza; cercò il bagno, e ne ispezionò l'igiene. Ad un primo sguardo le si strinse il cuore e si sentì tremendamente stupida per essere caduta nella rete: lui doveva sicuramente aver programmato di portarla a letto, altrimenti non si sarebbe spiegato come il bagno di un single potesse essere così pulito! Poi controllò meglio. Un solo spazzolino da denti, un tubetto di dentifricio quasi finito, dopobarba e rasoio abbandonati sul lavandino e peli! Peli della barba, una barba appena rasata, nel piattino porta sapone, nel bicchiere dello spazzolino, nella fessura tra il lavandino ed il muro, sull'asciugamano appallottolato e per terra. Sospirò di sollievo, ma quella sensazione durò poco. 
Era comunque andata a letto con un ragazzo al primo appuntamento. Lui, ovviamente, non l'avrebbe più chiamata. Eppure quella notte era sembrato tutto così normale: da un bacio che si erano dati era scattata una scintilla che li aveva fatti volare verso la macchina, e da lì fino a casa di Riccardo. Salendo la terza rampa di scale lui l'aveva guardata con terrore: 
"Anna, non ho preservativi!" 
Erano stati zitti entrambi, guardando i gradini sotto i loro piedi, poi lei, timidamente, aveva sussurrato: 
"Distributore automatico?" 
Così, illuminati da quelle possibilità erano risaliti in auto ed avevano cercato un distributore funzionante in giro per la città. 50 minuti dopo Riccardo stava aprendo la porta dell'appartamento.
Anna vagò fino all'open space in cui una cucina ad isola fatta su misura per qualcuno che doveva cucinare solo per sé stesso guardava un salotto abbastanza grande da contenere un tavolo rotondo per sei persone con quattro sedie che aveva visto su alcune riviste che sua mamma comprava con il quotidiano, una libreria senza soprammobili ed un divano ad angolo in pelle marrone consumata dall'uso, davanti al quale c'era un tavolino basso su cui Anna distinse vari aloni di bicchieri e piatti. Sul tavolo rotondo, con il piano in cristallo ed un piedistallo centrale in un materiale non identificabile ma lucido e dall'aspetto pregiato, c'erano due buste della banca, ma Anna non vi fece caso. 
Rimase in piedi in quella stanza sconosciuta a chiedersi cosa avrebbe dovuto fare. Erano le 11, e fortunatamente aveva mandato un messaggio ai suoi per avvisare che non sarebbe tornata a dormire a casa. Aveva detto, però, di essere rimasta da Liz. Tornò in camera da letto, e vide che Riccardo si era già svegliato e, seduto con la schiena contro la testiera del letto, la guardava rimanere in piedi sulla porta. Si vergognò per essere andata a curiosare in giro. 
"Buongiorno bellissima!" la salutò lui con un sorriso, mentre si alzava nudo dal letto. Anna distolse lo sguardo. Lei, almeno aveva una maglietta di Riccardo addosso, e la tirò giù cercando di coprirsi il più possibile. 
"Colazione?" urlò lui, chiudendo dietro di sé la porta del bagno, da cui uscì pochi istanti dopo con addosso una tuta nera di due taglie più grande di lui. 
"Era meglio nudo." pensò Anna, guardandolo perplessa; lui si squadrò e ricambiò lo sguardo. 
"Sto comodo." cercò di giustificarsi. 
Abbracciandola la portò in cucina, una cucina asettica, con mobili palesemente IKEA e un banco in acciaio di tutt'altra fattura, troppo lucido per essere quello di un single; forse, pensò Anna, c'era lo zampino della mamma. Si soffermò stupita ad ammirare la parete attrezzata dietro l'sola, notando una quantità di forni che ritenne imbarazzante. Cinque. 
Riccardo si era già messo ai fornelli, e le aveva affidato due tazze che lei andò a mettere prontamente sul bel tavolo di cristallo. 
"Non usi tovagliette?" chiese sedendosi. 
Sentendo il rumore delle tazze e della sedia che si spostava, Riccardo alzò gli occhi dalla padella e con voce tremante dalla paura le urlò un "Non lì!" che la fece alzare di scatto, ancora più spaventata di lui. 
"Si rovina..." spiegò imbarazzato, dopo l'urlo disumano. "Mi sono costati un occhio, non li uso mai." 
Anna rimase interdetta. "E dove mangi?"
"Sul divano."
"Ah, mi pare logico." ribattè, dando un'occhiata alle due buste della banca, mentre prendeva le tazze per spostarle. Una risata limpida riempì la stanza.
"Però è carino," cominciò ridendo "che la banca mandi lettere a questo 'Amore Vero'!" 
Lui la guardò infastidito, ed arrossì ferocemente. Lei capì di aver detto qualcosa di sbagliato. 
"Scusa, ma mi ha fatto ridere. La banca...Amore Vero...vabbè, lasciamo perdere. Ma certo che chiamarsi 'Amore' è strano. Con un cognome come il tuo, poi... Chi è, tuo papà?"
"No. Sono io." rispose lui seccamente, portando un piatto colmo di omelettes sul tavolino davanti al divano. 
Anna rimase immobile dov'era, frastornata. 
"Ci sono ragazze che ucciderebbero per trovare l'Amore Vero in carne ed ossa." disse poi, abbracciandolo. 
Rilassati si sedettero vicini, fecero colazione e venne subito sera.


mercoledì 20 luglio 2011

Cambio pelle



"Che schifo!" Con due dita Anna sta tirando un lembo di pelle morta che si stacca dalla fronte senza opporre resistenza. L'ustione della settimana prima sta producendo i suoi peggiori effetti.
"Sono come un serpente.." geme, sull'orlo di una crisi di pianto. A questo punto, il vestito a fiori che si intona tanto bene coi suoi capelli e che le fa quel vitino invidiabile è decisamente fuori questione: troppo scollato e senza maniche.
Afferra il telefono, compone il numero, riaggancia. Si guarda allo specchio, riprende il telefono, lo posa nuovamente. Si guarda, guarda il vestito e sente le lacrime montare negli occhi come un'inondazione. Digita un numero; non è quello che voleva, ma le sarà utile.
"Sì? No, Lucrezia, non ti metto su il film che poi, tanto, non lo guardi."
"Liz! Mi sto squamando, faccio schifo!" Anna sta per scoppiare a piangere.
"Esagerata. Lucrezia! Cosa ti ho detto?"
"Sono tutta pezzata sulle tette e sulle spalle! E in faccia sono tutta una pellicina!" Risponde lei con una punta di indiglnazione; Liz ha sminuito il suo dramma, e lei si è offesa.
"E che te ne frega, passerà!" Sempre tranquilla, Liz sembra aver ammaestrato la piccola Lucrezia.
"Ma stasera devo uscire con LUI..." piagnucola Anna, cercando di evidenziare la gravità della cosa.
"Vi farete quattro risate."
"Gli farò schifo, mi faccio schifo da sola, farò schifo anche a lui e non vorrà più uscire con me..."
"E verrà l'asteroide nel 2012 e moriremo tutti!" la prende in giro l'amica, Anna ride.
"Nel 2012 c'è la profezia Maya, l'asteroide è nel 2036...aggiornati! Ecco, sapevo di poter contare su di te. Non ho niente da mettere, però, mi si vedono le squame."
"Metti il vestito a fiori con una stola, tanto sei freddolosa, quindi ti servirà qualcosa per coprirti." Ecco. Anna  è completamente rilassata e felice di aver resistito all'impulso di telefonare al suo cavaliere per disdire l'appuntamento.
"Ok, vado a farmi lo scrub in faccia, e la cosa sul seno non è poi così evidente."
"Ciao, divrtiti. E scopa!"
"Liz!" Ma Liz ha già riattaccato, lasciando Anna ad arrossire scandalizzata. Poi, però, un sorriso malizioso le compare sul viso, mentre si passa con foga la crema esfoliante sulla fronte.

Anna traballa sui tacchi altissimi, non per inesperienza, ma per l'emozione. Walter non la voleva con le scarpe alte, perché riteneva che i tacchi, come il trucco, fossero una menzogna. "Sei così bella al naturale, perché devi farti diversa?" Dopo essersi lasciati, però, Anna aveva pensato che lui avesse solo paura di apparire più basso di lei.
Per la prima volta dopo anni, non solo provava l'ebbrezza di un primo appuntamento, ma poteva farsi bella per un ragazzo che, sperava, avrebbe apprezzato.L'aveva conosciuto ad una festa di laurea, quando, stanca dell'atmosfera forzatamente allegra, era uscita in giardino a prendere un po' d'aria. Non c'era nessuno, tranne un ragazzo piuttosto alto che trasportava una grande cassa nera. Aveva salito i gradini del portico con molta attenzione e si era diretto verso l'ingresso della cucina. La porta era chiusa, così lui aveva provato ad abbassare la maniglia col gomito e spingere, senza riuscirci. Anna si chiedeva se intervenire ed aiutarlo oppure no, ma senza venire a capo: l'espressione seria del ragazzo l'aveva intimidita e lei si era sentita come un'adolescente davanti al più figo della classe. Lui si era guardato attorno cercando qualcosa:
"Scusa, mi apriresti la porta, per piacere?"
Anna era avvampata dalla vergogna per non aver agito prima, e senza fiatare aveva eseguito. Il ragazzo era entrato ed aveva fermato la porta con un piede, mentre la rossa tornava nell'ombra. La porta si era chiusa ed il ragazzo era nuovamente uscito.
"Tu non vieni?" Le chiese indicando la soglia illuminata.
"Dove?" Anna si era immediatamente pentita di aver fatto una domanda così stupida.
"Dentro, c'è la torta." lo aveva detto con un tono leggermente ammiccante, ed Anna, per riscattarsi dalla figuraccia di pochi minuti prima, aveva deciso di stare al gioco.
"E allora non posso proprio rimanermene qua fuori! Con cos'è la torta?" Quando si parla di cibo con Anna si tocca il suo punto debole: aveva l'acquolina in bocca e già provava una fortissima simpatia verso quel ragazzo che assecondava la sua golosità nonostante non gli avesse aperto la porta subito.
"Con la frutta." questa risposta le aveva spezzato il cuore, bloccandola a metà del portico.
"Ma a me la frutta non piace!" Aveva protestato, sgranando gli occhi verdi e fissando il ragazzo con uno sguardo carico di delusione. Lui l'aveva osservata come si guarda un bambino e aveva riso.
"Neanche a me, ma coraggio, sotto la frutta c'è la crema e quella è commestibile!"
Anna si era vergognata della propria reazione e aveva seguito il ragazzo in cucina; aveva scoperto che la torta l'aveva fatta lui, pasticciere figlio di pasticcieri, che si chiamava Riccardo e che la torta era proprio bella. Avevano parlato brevemente del sistema universitario e del mondo del lavoro, del neo-dottore amico di entrambi e dell'esagerazione di quella festa di laurea che sembrava più un matrimonio; poi qualcuno era arrivato a reclamare la torta e, senza che le venisse chiesto, lo aveva aiutato a distribuire i piatti; come al solito, aveva detto lui, gli amici gli lasciavano l'ingrato compito di distruggere la propria creazione. A fine serata si erano scambiati i numeri di telefono e la cosa non era stata per nulla imbarazzante, al contrario, ad Anna era sembrata del tutto naturale; così si erano dati appuntamento per uscire una sera. Entrambi erano tornati a casa con un sorriso che andava da un'orecchia all'altra.
Prima di scendere l'ultima rampa di scale Anna estrae uno specchio pieghevole dalla borsetta e si esamina viso e petto: l'emergenza squame sembra rientrata e c'è solo qualche pellicina sulle tempie, così si dirige verso il portone; ha lo stomaco in subbuglio e le tremano le mani, terrorizzata dall'idea di non piacergli e senza ricordare, purtroppo, quanto si fosse sentita a proprio agio la sera in cui l'aveva conosciuto, e del modo in cui si erano capiti e coordinati senza bisogno di parlare.
Lo vede, sorride, lui sorride di rimando, le apre la portiera, sale in macchina e accende il motore.
"Dove andiamo?"

sabato 16 luglio 2011

Idee e speranze per un matrimonio



Petali verdi: 
un delicato abbraccio 
veste la sposa.


Come un rubino,
una gemma preziosa,
la sposa brilla.


Non la rugiada
del mattino felice
nei nostri occhi.


Ridono tutti
il gran caldo non frena
gli ospiti allegri.


Anni d'attesa
ora re nel castello
la chiama moglie.


lunedì 11 luglio 2011

La spiaggia è una possibilità, l'ombra un lusso, il cocco un business!

È luglio e nonostante il suo abitare in una città della costa Adriatica, Anna non è ancora stata al mare.
Ritrovo teorico con gli amici ore 8.00 ma nella pratica 8.30, fila in statale ed arrivo a destinazione dopo circa 90 minuti invece dei normali 50.
Anna, rossa con carnagione di un bianco cadaverico, si presenta armata di crema protezione "50 + speciale bambini" ed ombrellone da single. Prevedendo una giornata distruttiva al sole gli amici hanno cominciato a lanciare occhiate cariche di concupiscenza all'ombrellone azzurro con disegni di conchiglie e stelle marine, concludendo che comunque sarebbe stato troppo piccolo e basso per salvare dalla calura delle ore centrali tutti e sette. Così, votando all'unanimità, si decide di prendere a noleggio un ombrellone con lettini ed aggiungere il modesto ma prezioso contenuto del suo.
Non manca nessuno: ci sono Sebastiano e Sofia, Elena e Mauro, Tommaso e la sua ragazza, Valeria, che Anna non aveva conosciuto prima. Anna si sente spaesata, ma succede così quando si gira solo con amici in coppia.
"Poco male" pensa "Quando loro staranno in acqua a fare le coppiette io rimarrò all'ombra a leggere." Ha con sé un romanzo iniziato da poco, ma tanto avvincente da non risucire a staccare gli occhi dalle pagine. "Ecco, io faccio coppia con il libro." Si consola, posando la borsa sulla sabbia calda e dirigendo i lavori di interramento dell'ombrellone secondario.
Non avevano però considerato che l'ombra è un lusso: in poco tempo, infatti, è intervenuto il Servizio di Sorveglianza della spiaggia, che li ha redarguiti con gran cortesia, facendo loro sapere che piantare ombrelloni vicino a quelli a noleggio è vietato. Anche molto vicino. Anche se non disturba nessuno. L'ombra si deve pagare!
La prima ora in acqua risulta del tutto innocua per la sua candida pelle arstocratica, e quando torna agli asciugamani si caccia nel posto più riparato dell'accampamento, sentendosi un vampiro, anche se ormai è abituata a temere i raggi solari. Il resto del tempo Anna rimane all'ombra, immersa nella lettura e felice di non essere di peso agli amici come "settimo incomodo" mentre loro si alternano tra mare ed ombrellone. Solo Valeria, temeraria, non gode dell'ombra nemmeno per mangiare.
La lettura di Anna è piacevolmente interrotta di quando in quando dalle chiacchiere del gruppo, che ad un certo punto comincia a disquisire sui prezzi applicati dagli strilloni "Coccobello" che affollano i litorali turistici; si parla di costi, margini, si fanno congetture e proiezioni, ma il vero e proprio prezzo di vendita rimane un mistero. È allora che Tommaso, con naturalezza ed una faccia tosta che poteva essere scambiata per ingenuità, ferma uno dei venditori, chiedendone il prezzo:
"Scusa, quanto costa?"
"La fetta 2 euro, 5 euro la coppetta grande."
"Ah, grazie." e si rimette a chiacchierare con gli altri.
"Allora cosa prendi?" Chiede il venditore.
"Niente."
"Ma come, allora perché mi hai fermato?" Il ragazzo si sta alterando, senza capire.
"Così, ero solo cusioso..." la tranquillità e l'infantile spontaneità di Tommaso zittiscono il venditore, che si allontana mesto ed infastidito, mentre gli altri ridono e continuano la propria discussione potendo inserire nel break-even in via di definizione dati più certi.
Una cosa però è indiscutibile: tra il prezzo e l'igiene Anna non acquisterà mai il cocco in spiaggia: pochi minuti prima, in fila per la toilette, aveva visto lo stesso ragazzo fermato da Tommaso uscire dal gabinetto senza lavarsi le mani, darsi una bella passata sul corpo con la maglietta per asciugare il sudore e riprendere il proprio giro, offrendo cocco a tutte le persone in fila per il bagno. Com'era prevedibile, non l'aveva preso nessuno.
Quando Anna torna a casa sono già le 21; la pelle è ustionata, brucia e prude, sebbene la rossa sia rimasta in ritiro tutto il pomeriggio, impedendo ai raggi solari di abbattersi con vioelnza sul decolletè e sulle spalle, protetti dalla crema per bambini. I suoi genitori sono in vacanza al mare, e con loro tutte le creme e le lozioni necessarie ad alleviare le scottature; prendendo la macchina, Anna va alla ricerca di una farmacia con orario notturno.

venerdì 8 luglio 2011

La bourguignonne

Quando ero bambina andavo matta per il formaggio, ed una sera mamma e papà mi dissero che saremmo andati a cena da amici per mangiare la fonduta. L'ho attesa per tutto il tragitto, aspettandomi quei pezzettini di pane intinti nel formaggio filante, ma alla fine mi sono trovata davanti a ciotole piene di carne. A me la carne non piaceva. Credo di aver tenuto il muso tutta la sera dopo aver scoperto che del formaggio non avrei visto nemmeno la crosta!
Ieri invece, dopo anni ed anni da quell'evento, ho atteso la bourguignonne con l'acquolina in bocca. Il set ce l'ha regalato per il matrimonio mia nonna, ed il vassoio girevole per le salsine una cugina di mio papà, così, avendo a cena entrambe, abbiamo sfoderato l'apparecchiatura nuova. Matteo era molto scettico, io pure, ma cercavo di non darlo a vedere.
Abbiamo acquistato tre carni: petto di pollo, lonza di maiale e roast beef di manzo irlandese e li abbiamo tagliati a pezzettini di circa 2,5 cm per lato; sono rimasti a marinare nel vino rosso con erbe varie, aglio e un po' di aceto per due ore, per poi essere sgocciolati e messi a tavola in ciotoline.
Avevo programmato di tornare a casa dal lavoro al solito orario, due ore prima dell'arrivo delle ospiti, e preparare le salse; tutto era perfetto...credevo. 
Invece lui era lì, ai fornelli! A mia insaputa i ruoli si sono invertiti e quindi io sono stata declassata da "chef" a "sguattera": ebbene sì, lui cucinava ed io pulivo.  
Cucinava le salse di cui IO avevo trovato le ricette, perdendo ore del MIO tempo libero già esiguo. Insomma, si è messo a preparare le MIE salse, ed io pulivo quello che lui sporcava. Ammetto, è venuto tutto benissimo e non ha sporcato più del necessario, ma la volete mettere la soddisfazione di portare a termine qualcosa di già cominciato? Del resto quando si mette in cucina è bravo, mio malgrado, perché non posso rinfacciargli (quasi) mai che se avessi cucinato io sarebbe stato più buono.
A me ha lasciato solo le salse antipatiche, ossia quella alla rucola e quella al curry. 
Comunque, le salse che abbiamo (ha) preparato e che sono andate per la maggiore sono la salsa barbecue e la salsa ai funghi. 

Salsa barbecue:
1/2 cipolla tritata finemente;
4 cucchiai di zucchero;
1/2 bicchiere di pomodoro, preferibilmente passata o passata grossa;
3 cucchiai di aceto forte;
1 cucchiaio di salsa worcester;
una noce di burro;
sale.

Rosolare la cipolla con il burro facendola appassire appena; aggiungere lo zucchero e mescolare finché si scioglie senza caramellare; mettere gli altri ingredienti e cuocere a fuoco vivo 5 minuti. Se avete usato pomodoro in pezzi o passata grossa date giusto una passata con il frullatore per amalgamare. 
Queste dosi hanno una resa bassissima, e a mio avviso bastano sì e no per due persone.

Salsa ai funghi:
35 cl di vino bianco;
35 gr di funghi champignon;
panna da cucina circa 50 gr;
1/2 cipolla;
2 scalogni;
timo, alloro.

Far cuocere il vino fino a ridurlo della metà, per poi aggiungere gli altri ingredienti; lasciar andare ancora per cuocere i funghi, poi frullare con la panna.
Anche di questa secondo me vanno ben che aumentate le dosi, almeno raddoppiate per 4 persone.

Salsa alla senape di Digione:
Questa è una salsa con cui barare alla grande: avete presente lo scaffale delle salse in vasetto al supermercato? Basta prendere un vasetto di salsa Dijonnaise, quella con i grani di senape a vista ed un vasetto di senape di Digione (entrambe della Maille) e mescolarle, fino ad ottenere un sapore a piacere. 
Io mi sentivo falsa a mettere in tavola una salsa preparata con così poco sforzo, ma è piaciuta molto. Brava Maille!

Salsa alla rucola
Non so dire quanta rucola serva, non ho guardato il peso, ma ne va parecchia. Considerate che io ho usato 3 o 4 manciate di rucola; 
Olio q.b., sale, parmigiano grattuggiato (un pugno, o anche di più) ed un uovo sodo.

Il procedimento è semplicissimo, perché basta frullare la rucola, aggiungere l'olio e continuare a frullare; aggiungere il parmigiano, l'uovo ed il sale, frullando ancora per amalgamare. Deve venire dalla consistenza cremosa ma l'aspetto non deve essere liscio. 

Salsa al curry:
1/2 cipolla;
un vasetto di yogurt bianco;
un cucchiaino abbondante di curry;
1/2 cucchiaino di zenzero;
1 punta di cucchiaino di cannella;
1 punta di cucchiaino di cumino;
una noce di burro.

Tritare la cipolla e farla appassire con il burro e le spezie, per poi aggiungere allo yogurt e mescolare.

Salsa al pepe verde:
1 scalogno;
una noce di burro;
1 cucc. di olio;
1 cucc. vino bianco;
1 cucc, vino bianco;
50 gr di panna; 

Soffriggere lo scalogno con il burro e l'olio; sfumare con il vino bianco ed aggiungere il pepe tritato e lasciato a rinvenire una notte in acqua; frullare con la panna. 

Ah, questi mariti! Che facciano o non facciano, non ci va bene comunque!

giovedì 30 giugno 2011

Cronache di una giovane coppia allo sbaraglio - nessuna pietà!

La prima volta ti adegui, la seconda ti accorgi che è troppo tardi, la terza ti fai valere. 
Il primo danno l'ha fatto l'elettricista, che doveva solo spostare qualche presa, sbagliando le altezze; ha dovuto rifare il lavoro ed oltre ad un ritardo nella consegna, ci ha persino messo in conto il tempo perso a causa sua, oltre ad una buona mezz'ora impiegata ad aiutare mio marito a mettere a posto una porta dopo essersi offerto lui stesso di farlo. Abbiamo taciuto perché è amico di mio suocero ma se fosse stato uno qualunque non l'avremmo fatto. 
Il secondo danno è arrivato dall'idraulico, che ha predisposto male uno scarico; non ce ne siamo accorti subito, però, perché al momento non avevamo il lavabo da installare. Il motivo per tacere è stato il troppo tempo passato.
Il terzo danno l'abbiamo fatto noi, ma ci siamo fatti valere! 
Mi spiego. Avevamo appena finito di far posare la resina della cucina che, per esigenze di arredamento, copre solo una porzione della parete, ossia una fascia dietro il banco di lavoro. Si vede quindi lo stacco tra parete bianca e resina grigia. All'epoca dovevamo ancora ridipingere le pareti circostanti la resina; seguendo le raccomandazioni del posatore siamo andati in un negozio della città specializzato in bricolage e fai-da-te ed abbiamo chiesto "Uno scotch a bassa aderenza adatto ad essere usato sulla resina."
"Tranquilli!" ha detto il commesso "Anche noi posiamo resina, quindi so cosa darvi. Ecco qui!" porgendoci un nastro adesivo verde. 
Concluso il lavoro di pitturazione, fieri e trepidanti come chi attende la nascita di un pargolo, abbiamo rimosso il telo protettivo fissato con lo scotch per vedere il risultato, e...VERDE! Tutto il bordo su cui avevamo applicato il nastro adesivo aveva preso un color "zucchina dimenticata in frigo da mesi". 
La prima mossa è stata quella di chiamare l'esperto per ottenere lumi: il posatore ci ha assicurato che aspettando il tempo che ci aveva indicato (e noi avevamo atteso) quel danno non si sarebbe mai dovuto presentare. Ha provato ad eliminare lo sporco con un detergente apposito, persino con un acido, ma senza alcun risultato. Non c'erano alternative: andava rifatto tutto!
La resina, per chi non lo sapesse, è piuttosto cara perché il lavoro di posa è lungo e laborioso e viene eseguito con prodotti costosi; per contro, i pregi per sceglierla al posto delle piastrelle sono almeno tre: 
  • il primo è un fattore estetico, dovuto all'assenza di fughe ed alla piacevolezza al tatto; oltretutto è facilmente personalizzabile, perché viene posata un po' come una vernice: si possono fare forme, colori, finiture a piacere;
  • il secondo è pratico, infatti la resina è impermeabile;
  • il terzo è igienico, perché la resina può essere lavata con qualunque detergente ed è resistente agli acidi; inoltre non è porosa, quindi non assorbe lo sporco.
L'unico vero momento di vulnerabilità della resina è quello in cui si asciuga; alla fine di questo processo la resina è resistente e pronta all'utilizzo, ma sta ancora facendo evaporare alcuni componenti aggressivi. Per questo ci sono scotch appositi, delicatissimi e incolori in modo da non intaccarla quando questa sta ancora evaporando. 
Ma noi, ovviamente, non potevamo saperlo. 
Ricevuto questo chiarimento dal posatore della resina, siamo andati a chiedere spiegazioni presso il negozio che ci ha venduto il nastro adesivo; lì i commessi hanno fatto muro: come da manuale hanno cominciato dando la colpa a noi, poi hanno dato la colpa al nastro adesivo. Abbiamo chiesto di poter parlare con il titolare, ma magicamente era assente ogni volta che telefonavamo o che passavamo di là. 
Il commesso che ci ha venduto lo scotch ha addirittura organizzato un incontro con il rappresentante della ditta produttrice, il quale ci ha garantito che i test di laboratorio hanno provato che quel determinato scotch è inattaccabile da qualsiasi tipo di solvente. Ha persino simulato una telefonata col reparto ricerca e sviluppo della società: il rappresentante camminava per il negozio cercando di allontanarsi da noi due che, implacabili, lo seguivamo in modo da sentire cosa diceva. Tutta la conversazione era poco credibile. 
Intanto erano passati 10 giorni e del titolare nessuna notizia. Dopo l'ennesima telefonata infruttuosa mi sono risoluta ad utilizzare il metodo "chihuahua": ho fatto una visura camerale presso la Camera di Commercio, per risalire al nome ed all'indirizzo dell'amministratore. Ho scritto una lettera da mandare per raccomandata, ma prima ho fatto un tentativo più meschino: ho cercato l'amministratore su Facebook, e l'ho trovato! 
Gli ho scritto del problema, senza accusare nessuno, ma lamentandomi del fatto che, avendo chiesto numerose volte di avere a che fare con il titolare del negozio, i commessi non avessero dato alcuna disponibilità. Nell'arco della giornata mi ha risposto, abbiamo parlato per telefono ed abbiamo fissato un incontro per valutare il danno.
Tali commessi, tale amministratore, il quale ha cercato di lasciare che la cosa si protraesse nel tempo, magari sperando che ci stufassimo, ma come ogni bravo cane isterico di piccola taglia, una volta morsi i calcagni non ho più mollato!
Siamo stati pienamente risarciti.



Dimenticavo: il commesso che ha cercato di insabbiare la storia, rischiando di causare al negozio una tremenda perdita di immagine, è stato licenziato.

mercoledì 29 giugno 2011

Vorrei una roncola, e saprei come usarla

scusa ma l'episodio è proprio comico :)
inoltre ha movimentato un po' il trantran di Erasmo gatto casalingo, no?

No, per me non è per nulla comico. A mezzanotte vorrei stare tranquilla a casa mia, sapere con certezza che i gatti possono stare sul davanzale senza correre alcun rischio. Ma si sa, io sono intollerante. 

Era domenica sera a mezzanotte ed io sistemavo le ultime cose prima di andare a dormire. Erasmo, il bel micione nero, prendeva fresco sul davanzale. Di solito la gente che passa lo saluta, gli parla, qualcuno particolarmente lanciato gli miagola qualcosa, implorando uno sguardo di quei suoi stupendi occhi gialli e verdi. Qualcuno sfida la sorte ed allunga una mano per accarezzarlo, incorrendo nel nostro rituale "No per cortesia": non vogliamo che prenda confidenza con la gente in strada, perché potrebbe essere pericoloso. L'altra sera, invece, si sono fermati sotto la finestra dei ragazzini, avranno avuto tra i 17 ed i 18 anni, e si sono divertiti ad infastidirlo: hanno imitato i versi dei gatti che litigano, hanno soffiato ed hanno ringhiato. 
Erasmo è un micio dolce ed un po' tonto, infatti si è ritratto senza però scappare; non capiva, era curioso ma si sentiva al sicuro perché era in casa propria. Li guardava.
Li ha guardati senza capire anche nel momento in cui uno di questi, con eleganza sovraumana, gli ha sputato contro. Mancandolo, per fortuna. In compenso io ho visto lo sputo fare una parabola, entrare in casa mia, schiantarsi sul pavimento in mezzo alla cucina.
Sconcertata ho urlato qualcosa che mi è suonata un po' ridicola, da vecchia, ma almeno sono andati via e non hanno fatto del male al gatto.

Certo, non avendo capito nulla, Erasmo non è di sicuro rimasto traumatizzato. Ma solo io vedo in questo sputo un atto grave?
Solo io non ci vedo nulla di comico nel pensare che dei ragazzini potessero far male al mio gatto? E che abbiano sputato in casa mia?
Sono io priva di senso dell'umorismo o è la gente ad essere incivile?

mercoledì 22 giugno 2011

Ti ricordi?

Ricordi quella sera stellata? Eravamo tanto piccoli, allora, chi l'avrebbe detto che saremmo arrivati così lontano?
Io ricordo la mia camicia bianca con le maniche in tulle, ed i sandali col tacco - la zeppa - che usavo in quel periodo. Ricordo il pub della cena, che hai preso il limone della mia cocacola senza chiedere e che te lo sei succhiato. Ricordo l'autobus per Barcola e che hai detto "Barcola è cos' triste per chi non ha una ragazza". Ricordo quando ti ho preso sotto braccio perché un'amica mi aveva avvisata che volevi dirmi qualcosa. Ricordo la paura che ho avuto quel giorno e tutti i giorni a venire. 
Paura di amarti a tal punto da stare assieme per tutta la vita, perdere occasioni, "esperienze". "Devo fare le mie esperienze". 
Ricordo che in pochi anni quella paura si è trasformata in paura di non amarti abbastanza per stare assieme per tutta la vita, perdere l'occasione più grande che mi sia mai stata data. 
Ed ora, mio amore meraviglioso, posso viverti senza ostacoli. Un mese ed un giorno dopo il nostro matrimonio ecco tornare il 22 giugno, atteso ogni anno per ricordare quella sera stellata in cui ti dissi "Ok, proviamo" grazie alla quale siamo qui, a casa nostra, a festeggiare il nostro nono anniversario. 
Non voglio mai dimenticare quella sera. 

martedì 14 giugno 2011

Dimissioni da figlia?

Questa mattina ho fatto il mio solito giro di blog, forum e quotidiani on line, e visitando il blog di Mamma Per Caso, ho letto qualcosa che da lei non mi sarei mai aspettata: una lettera di dimissioni da madre, preparata ed accantonata per evenienze future. Mamma Per Caso, serena ed amorevole, descritta come una "fatina bionda" a cui non pesa mai star dietro a quettro pargoli in piena adolescenza.
Ho letto quello che mia madre mi ha sempre detto tra uno strepito ed una punizione, e questo mi ha riportata a quando mi sentivo incompresa da lei, confusa e fragile. Avrei voluto dare le dimissioni da figlia.
Ero stufa di sentirmi criticare tutto ciò che poteva distrarmi dai miei doveri, sentirmi rimproverare per gli esami mancati, le scelte non condivise, i consigli ripetuti fino allo sfinimento.
Ero distrutta dal peso della solitudine che percepivo dentro di me, il non sentirmi libera di correre da mia mamma a farmi consolare in caso di un errore commesso per aver disatteso i suoi consigli, temendo ripicche ed orribili "Te l'avevo detto, non serve piangere".
Stanca di non poter urlare la mia rabbia, trasformare gli insulti in pianto, pur di sfogarmi perché sapevo che non sarei stata assolta.
Eppure, adesso, leggendo la lettera di Mamma Per Caso, provo una forte empatia per mia madre, per la donna che era durante la mia adolescenza. Mi chiedo quanto abbia sofferto per essere così severa con la sua bambina, quanta dovesse essere la paura di vedermi cadere e rompere in mille cocci da rimettere assieme e, peggio, non essere in grado di farlo senza lasciare crepe. Quante volte avrà voluto dare le dimissioni da madre?
Forse dovevo arrivare a questo punto per poter capire veramente il passato. Magari dovevo accorgermi che, amorevole o severa, nessuna mamma si esime dalla stanchezza e dal logorio del proprio ruolo.
Non posso che ringraziare mia mamma per tutta la sua energia spesa per me, nonostante gli errori e le incomprensioni.
Grazie per non aver mai dato le dimissioni.

domenica 12 giugno 2011

Cronache di una giovane coppia allo sbaraglio - IVA, mon amour

Quando studi per commercialista ti rendi conto di una grande verità, la cui presa di coscienza ti fa pensare di essere giunto alla risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, l'Universo e Tutto Quanto, se non addirittura alla medesima domanda: l'IVA è la base della vita!
l'Imposta sul Valore Aggiunto è presente in ogni minimo atto economico, che siamo o non siamo imprenditori; l'IVA è lì, quando acquistiamo una maglietta, un pezzo di pane, un mobile, una prestazione professionale...non la vediamo la maggior parte delle volte; ma al 20%, 10%, 4%, esente, fuori campo, non imponibile, non soggetto, ogni scambio viene etichettato.
Anche l'acquisto di un immobile.
Era il 16 novembre del 2009, c'era molto sole e per essere autunno inoltrato faceva caldo. Tornavo con un collega dalle mie prime verifiche sindacali presso un cliente, quando ricevo una una telefonata da parte della segretaria del Notaio.
"Buongiorno, senta ha già parlato col Notaio della questione IVA?"
"No..." rispondo confusa, già pensando al Notaio volpone pronto a propormi parte della parcella in nero.
"Ah, vede, abbiamo fatto un ulteriore controllo sulla posizione del venditore dell'immobile ed è venuto fuori che è imprenditore, non privato."
Dimentico tutto quello che so, e come se fossi una studentessa di biologia, chiedo: "Quindi?"
"Quindi c'è da pagare l'IVA sull'immobile." mi risponde pacatissima la segretaria.
Ho nuovamente reagito come una persona totalmente estranea al DPR 633/72: nella mia mente ho fatto un calcolo spaventoso, ossia ho aumentato il prezzo dell'immobile del 20%, aliquota standard.
Sbagliavo, ma apriamo una piccola parentesi.
Siamo giovani, non possediamo altri immobili, quindi, a tutti gli effetti, avremmo acquistato la nostra Prima Casa, il che si traduce in agevolazioni fiscali di non indifferente entità.
Ipotizziamo che il prezzo pattuito per l'immobile fosse di 100.000 euro con valore catastale pari a 50.000 euro; nella pratica il valore catastale ha una mera funzione fiscale, ossia indica quanto vale l'immobile agli occhi dello stato, per la determinazione dei redditi ed altri calcoli. 
Trovandoci in questa situazione avremmo ipotizzato le seguenti imposte:
Imposta di registro al 3% del valore catastale dell'immobile, ossia 1.500 euro, imposta catastale ed ipotecaria pari a 168 euro ciascuna. Un totalone di 1.836 euro.
Purtroppo non ci è andata così bene: noi abbiamo, a nostra insaputa, acquistato da un imprenditore edile, il quale aveva ristrutturato l'appartamento meno di 4 anni prima. Dato saliente, perché se fossero passati 4 anni ed un giorno, l'acquisto sarebbe stato esente da IVA, e ci saremmo trovati nella stessa situazione di prima. Noi, invece, l'IVA l'abbiamo avuta, fortunatamente solo al 4%. Se non fosse stata prima casa, sarebbe stata al 10%.
Quindi, sempre ipotizzando i dati di prima, avremmo dovuto pagare IVA al 4% (4.000 euro), ipotecaria, catastale e registro in misura fissa di 168 euro ciascuna. Totalone di 4.504 euro.
Capirete la differenza, ed anche, il coccolone che ci è preso.
In questa storia, però, abbiamo avuto fortuna sotto un aspetto, che poteva rivelarsi disastroso: la banca ha minacciato di non erogare il mutuo, in quanto se l'imprenditore fosse fallito entro un anno dall'acquisto, i suoi creditori si sarebbero potuti rivalere su casa nostra. La sorte ha voluto che i conti del venditore fossero in regola, e che la banca ci concedesse il mutuo, senza il quale il venditore avrebbe potuto farci causa per inadempienza contrattuale, oltre a tenersi il congruo anticipo già versato.
Ma come mai siamo arrivati il giorno prima del rogito a non sapere nulla dell'IVA?
Semplicemente, non glielo abbiamo mai chiesto direttamente, e l'agenzia immobiliare a cui ci siamo rivolti non ha detto nulla. La proposta d'acquisto che abbiamo formulato aveva scritto un prezzo complessivo, senza menzionare l'IVA; il preliminare, pur avendolo fatto dal notaio, idem.
Altro elemento di confusione è che il venditore si è presentando dicendo di essere un imprenditore edile, ma di aver acquistato e ristrutturato la casa per andarci a vivere con il figlio. Inoltre parlava di doverla vendere entro una determinata data per usufruire del bonus prima casa sull'acquisto di un altro appartamento.
Non so se fosse conscio della frode o se abbia parlato di "prima casa" per ignoranza, visto che un'impresa edile non può sicuramente usufruire del bonus prima casa, ma fatto sta che la sua superficialità ci ha tratti in inganno.
Come proteggersi? Chiedendo, non trascurando nessuna domanda, nemmeno la più indiscreta "Che lavoro fa? Vende come privato o come imprenditore?", essendo critici e scettici su tutto quello che dice l'agente immobiliare e ricordandosi i ricorrenti skatch in cui l'agente immobiliare indora la pillola all'ignaro acquirente che si lascia gabbare. E poi, ovviamente, informandosi. 
Come se non bastasse, comunque, l'agenzia immobiliare ci ha chiesto il 4% del valore dell'immobile come compenso. Più IVA, naturalmente.


sabato 11 giugno 2011

21 maggio 2011

Sono le otto quando mi alzo dal letto, riposata e curiosa di scoprire cosa mi avrebbe riservato la giornata. In cucina mia mamma e mia nonna mi salutano con allegria mentre si preparano il caffè. Mio papà sta facendo un sudoku al computer, piccola gioia che non si fa mai mancare, nemmeno in un giorno come questo. Nell'arco di un'ora sono vestita, lavata e fuori di casa, scortata dal mio papà e pronta ad affrontare le varie commissioni che mi attendono. Vado dal gioielliere a ritirare il ciondolo che doveva essere pronto una settimana prima, un bel ciondolino anni '50 tramandatomi dalla nonna paterna, in oro bianco con uno smeraldo non particolarmente lucente, tanto che il gioielliere che doveva  restaurarlo l'ha guardato con un po' di sufficienza; io però l'ho sempre amato, e fin da quando ero piccola ho sognato di indossarlo in un'occasione speciale.
La seconda tappa è casa mia, per dar da mangiare ai bambini pelosi e cambiare le lenzuola; il banco della cucina è un disastro, perdo una ventina di minuti a mettere in ordine, pulire e lucidare, mentre il mio cavaliere attende in macchina in divieto di sosta.
Altre due cosette in giro per città e torno a casa alle 11,30 in perfetto orario sulla tabella di marcia. Mia sorella ed il suo compagno sono già lì ad attendere istruzioni, e, pronti, partono con mia mamma per rifinire alcuni dettagli. Dopo circa 1 ora sono di nuovo a casa, ed io sono ormai truccata a puntino. Riscuoto consensi anche dai più insospettabili, oltre alla inaspettata richiesta di mia sorella di farle da truccatrice personale. Entusiasta, raccatto pennelli e matite, fondotinta e crema per il viso e riesco, senza nemmeno capacitarmi del come, a passare un velo di fondotinta sul viso bianco ed aristocratico della mia modella d'eccezione. Il campanello suona alla porta, annunciando l'arrivo della parrucchiera. Poco più di un'ora e sono una vera star! L'ultimo tocco è il vestito, ed i primi partono vero la chiesa. Rimaniamo io, mio papà e l'autista, ossia il compagno di mia sorella. 
Ecco, comincia qui la parte più strana..
L'attesa dell'Autista in strada a fianco di mio papà e le persone che passavano in auto o a piedi che si voltavano a guardarci, sorridenti. Il passaggio per le vie cittadine che conosco tanto bene sul sedile posteriore della macchina bianca mio cognato (il fratello di Matteo) ci ha concesso in modo che l'altro mio cognato (il compagno di mia sorella) potesse portarmi in chiesa, vedendo tutto con occhi diversi. Mi sembrava un viaggio in terra straniera, anche se eravamo sotto casa. 
Poi l'arrivo, scoprire tutta la gente che era lì per noi, comparire sulla soglia e vederlo, bellissimo, elegante come sa essere, raggiante. La sera prima io e papà ci siamo esercitati fino a mezzanotte per non correre lungo la navata, ma mi è stato impossibile. Al suono dell'organo, e sotto gli sguardi contenti dei nostri amici, sono arrivata dal mio promesso. Non ho visto la gente, non ho visto i fiori, il mio sguardo era fisso su Matteo. 
La messa, le promesse, l'anello. Messo sulla mano che lui mi porgeva (la desta) dopo un tentativo di baciarlo causato da una mal comprensione delle istruzioni del prete. Risate generali, anche mie, il che mi rincuora perché temevo di sprofondare nel caso avessi fatto una simile gaffe. Invece no, e tutti ci hanno detto di aver apprezzato la nostra spontaneità! Ben venga!
Ecco, io e Matteo siamo sposati. Finalmente. Dopo 8 anni e 333 giorni, o anche ad 1 mese ed 1 giorno dal nostro 9° anniversario di fidanzamento siamo convolati a giuste nozze.

Il top della nostra torta, ovviamente fatta da mio marito!

Ora che non abbiamo più i logorantissimi preparativi di mezzo ho ritrovato tempo e tranquillità. Posso di nuovo scrivere, riprendendo il progetto lanciato a febbraio e mai più continuato.

martedì 26 aprile 2011

La fiera del silenzio

Zitti, zitti tutti per cortesia. Lasciatemi un solo attimo di silenzio, perché io possa decidere da sola.
Voi due, prima di tutto, smettetela di bisticciare; per cosa, poi? Dovevate aiutarci, non creare problemi. Siete due bambini che si rinfacciano le colpe, ovviamente tramite noi. Alzate il telefono, non importa chi per primo, ma parlate tra voi due. Io non voglio sentirvi più.
Anche tu, smettila di mettere la pezzetta su tutto. Qui si tratta di me, di noi, non sarai tu a scegliere e ad importi. Si fa come diciamo noi, tu sei solo spettatrice: taci e guarda.
Tu, invece, mai presente e sempre pronto a rinfacciare qualunque minimo aiuto, a giustificare la tua durezza con l'addestramento, taci. Fatti un po' più in là, le tue lezioni non ci servono più, non così.
Voialtri, poi, chi vi ha chiesto niente? Se dovete solo giudicare, non venite nemmeno. Risparmiate soldi, e risparmiate a noi la seccatura.
Zitti tutti, le vostre voci si accavallano ed io non riesco a capire. Tra tutte queste non sento la mia dirmi cosa voglio. Ho una voce leggera io, mi intimidisco davanti a tutti voi. Quindi silenzio, devo ascoltare me stessa.
Ho poco tempo, silenzio.

sabato 12 febbraio 2011

Cronache di una giovane coppia allo sbaraglio - la certificazione degli impianti

Tutti fanno blog utili, io no, io voglio solo scrivere quello che mi passa per la testa e che sento. Questo però implica un piccolo inconveniente, ossia che non mi si fila nessuno. O quasi.
Vedere l'enorme successo che sta avendo il blog del mio amato bene mi ha portata a riflettere sul mio blog. E se unissi l'utile al dilettevole? Detto fatto, continuo a parlare di me e di ciò che è accaduto, nella speranza che possa essere utile a tutti.

martedì 8 febbraio 2011

Il mou ed il sesso

Quando si ha un fidanzato pasticcere che per motivi blogghistici si porta il lavoro a casa, si imparano molte cose. Quello che ho imparato io vedendolo preparare il suo intervento più recente è questo: il mou funziona esattamente come un amplesso.
Ci vogliono due componenti, lo zucchero e la panna. Entrambi devono essere ben caldi, e se lo zucchero non è eccitato a dovere non si combina niente. Quando si mettono assieme questi due ingredienti ardenti, in un orgasmo di ebollizioni e mescolamenti, lo scopo è raggiunto. Si è fatto il mou. Si è fatto sesso.

Non ci credete? Allora provate a vedere qui: Spirito Pasticcere: Mou

giovedì 3 febbraio 2011

Haiku d'inverno, Origami d'artista

Nel buio freddo
diciassette sillabe
posson bastare.


Fotografando
emozioni di neve
scrivo haiku.


Maglie di lana
in ammollo a lavarsi.
Sento l'inverno.

mercoledì 2 febbraio 2011

La strega di Hansel e Gretel

Credo che la mia vicina di casa sia la strega cattiva delle favole.
Quando l'ho vista per la prima volta mi ha ispirato tanta simpatia e pena: ottantenne, grassoccia, cadente, spettinata, sgargiante, scoordinata, sorda e presa poco sul serio da tutti durante l'assemblea condominiale. Parlava di raccattare gattini dalla strada e mettere tante belle piante nella corte, e lo faceva con quella sua voce flebile e mite, con un'aria sognante e rincretinita. Gli altri le dicevano di star zitta e le spiegavano frettolosamente quello che era stato detto e che non aveva compreso; devo ammettere che mi sono sembrati tanto, ma davvero tanto, scortesi nei suoi confronti.
Così per due assemblee, poi abbiamo avuto a che fare con lei. Loro già sapevano, noi ovviamente no e la cosa ci si è ritorta contro.
Ci stavano montando la cucina quando, guardando il soffitto della camera da letto - un bel controsoffitto in cartongesso dipinto da poco con un bel color burro - abbiamo visto una non bella pancia bagnata. No, non una pancia umana, quello sarebbe stato raccapricciante, ma il controffitto si era imbarcato sotto il peso dell'acqua. Chiaramente non abitavamo ancora a casa nostra, e il fattaccio doveva essere accaduto in piena notte. L'acqua era colata sul parquet e lì era rimasta a farsi assorbire placidamente. Era maggio, e tutto il mondo godeva del tepore primaverile, tranne il nostro umore.
Siamo corsi al piano di sopra, suonando e battendo alla porta. Si sentiva la televisione, ma nessuno veniva ad aprire. Abbiamo provato a telefonare, senza risultati.
Pensavamo al peggio, preoccupati per quella povera e simpatica vecchietta, sola a casa, a cui poteva essere capitato chissà che. Pensando che il soffitto ci sarebbe crollato addosso e temendo per la salute della signora abbiamo chiamato i pompieri. Questi, non avendo risposta, ma sentendo la televisione accesa e notando una finestra aperta sul lato strada, hanno fatto irruzione.
Era sconvolto il ragazzo che è tornato giù: detta così sembra che si parli dell'unico superstite di un fil horror, ma in realtà era l'unico ad essersi addentrato nell'antro e aveva, a dirla tutta, proprio l'aria di chi è sopravvissuto a qualcosa di spaventoso. Dal racconto di questo giovane eroe si evinceva che la signora, mezza nuda - ossia coperta solo sulla parte inferiore del corpo - sedeva in poltrona guardando la televisione, senza curarsi del trambusto e di chi suonava alla porta, bussava e telefonava. Abbiamo scoperto solo in seguito che è sua abitudine ignorare qualunque cosa disturbi le sue solitarie giornate. Vedendo un intruso e reputandolo un ladro la signora ha cominciato a corrergli dietro, con l'intenzione - ed il risultato - di spaventalo.
Facendola breve, aveva lasciato il rubinetto del bidet aperto, allagando il proprio appartamento di cui, del resto, non ha cura alcuna. Il vigile del fuoco l'ha definito "tugurio".
Noi, d'altro canto, con l'appartamento nuovo di pacca e smaniosi di traslocare, siamo rimasti con un buco nel controsoffitto fino ad agosto a causa del suo dimostrarsi irreperibile per il pagamento. Solo a fine giugno si è mosso qualcosa ed in ogni caso si rifiutava di pagare di tasca propria, non essendo peraltro assicurata. Alla fine siamo stati risarciti e abbiamo potuto avviare i lavori di ripristino.
Salvo che.
C'è sempre un "salvo che"; a fine settembre abbiamo trovato un biglietto nella cassetta della posta:
C'è un altro problema.
Sono veramente spiacente,
Firmato
Altro allagamento, altra lotta, ancora non del tutto risolta. Ma non è questo il problema.
La questione riguarda esclusivamente il comportamento di questa signora: fin dall'inizio è stata evasiva; ha cercato di ottenere un risarcimento dall'assicurazione del condominio; si è rifiutata di pagare quanto dovuto per molti mesi; sentendo due testimoni il suo appartamento sembra cadere a pezzi; si comporta come una vecchietta da compiangere, dimostrandosi poi una calcolatrice che studia tempi e reazioni, cambia versioni e atteggiamenti a seconda dell'interlocutore e della situazione.
C'è poco da fare, ha le stesse caratteristiche della strega di Hansel e Gretel: attira la preda con la sua impalcatura di menzogne e cerca di ottenere il proprio tornaconto, senza curarsi del danno causato agli altri.
Me la immagino in un bosco, con la sua casetta di marzapane in attesa di qualche sperduto viaggiatore da imbambolare con falsa affabilità, per poi rinchiuderlo e cucinarlo.
Mi fa venire in mente anche il film "Hellboy: The Golden Army", con la vecchietta mangiatrice di gatti.
Gatti, bambini, per me fa lo stess, specialmente se il mio gatto si ritrae e si pulisce forsennatamente dopo essere stato toccato da lei.
La strega di Hansel e Gretel esiste, ne esistono molte.

Vi sembrerà che io stata particolarmente dura, ma comincio a sentirmi attorniata da gente che non sa e non vuole vivere in una società civile, che cerca di approfittarsi di ogni occasione per mettersi qualche soldo in tasca, a discapito di chiunque.
Per fortuna c'è spesso qualcuno che riesce a cavarsela contro di loro.

lunedì 31 gennaio 2011

Nuovo look

Cambiare aspetto
per uscir dal letargo
è un buon inizio.

Spirito Pasticcere: Mi presento

Salve salvino a tutti!
Spammo un po', ma tanto è il mio blog e posso farlo: andate avisitare quest'altro blog, è del mio dolcissimo 60%, nonché il mio pasticcere di fiducia, o anche la causa dei miei chili di troppo.

L'ha già spiegato lui, ma il suo blog si propone di eliminare alcuni stereotipi sulla pasticceria, farne scoprire il magico mondo dolcioso e cioccolatoso (ecco, ora mi ucciderà), renderne ricette e tecniche di facile comprensione ed esecuzione.

La ricetta che ha proposto nel suo primo intervento ha veramente salvato la situazione la settimana scorsa, ed ha mandato i miei a casa felici.

Provatela e, se non vi viene bene, prendetevela con lui che sarà sicuramente spiegarvi il motivo. Se invece sarà un successo come dovrebbe, buon appetito!
Intervenite, rompetegli le scatole e commentate, tanto ha tutti i pomeriggi liberi e niente da fare.

Spirito Pasticcere: Mi presento: "Ciao a tutti, mi chiamo Matteo e sono un pasticcere di terza generazione, ho iniziato a fare questo lavoro 11 anni fa ad, ahimè, 1..."